Federazione Sindacati Indipendenti

Consulta: esclusione Fiom «vulnus» alla libertà sindacale

L’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori, che limita la costituzione delle rappresentanze sindacali aziendali alle associazioni sindacali firmatarie di contratti collettivi di lavoro applicati in azienda, costituisce un «vulnus» all’articolo 39 della Costituzione (relativo alla libertà sindacale), «per il contrasto che, sul piano negoziale, ne deriva ai valori del pluralismo e della libertà di azione della organizzazione sindacale». La Corte costituzionale spiega così, nella sentenza n. 231/2013 depositata oggi, l’illegittimità del primo comma dell’articolo 19 dello Statuto decisa lo scorso 3 luglio. All’origine del ricorso, la questione sollevata dai tribunali di Modena, Vercelli e Torino, nelle cause che vedono contrapposte Fiat e Fiom.

La sentenza della Consulta rileva anche la violazione dell’articolo 3 della Costituzione (sulla parità dei diritti dei cittadini) , «sotto il duplice profilo della irragionevolezza intrinseca di quel criterio e della disparità di trattamento che é suscettibile di ingenerare tra sindacati». La violazione del principio di uguaglianza accertata dai giudici costituzionali sta nel fatto che i sindacati, «nell’esercizio della loro funzione di autotutela dell’interesse collettivo, sarebbero privilegiati o discriminati sulla base non già del loro rapporto con i lavoratori, che rimanda al dato oggettivo (e valoriale) della loro rappresentatività e, quindi, giustifica la stessa partecipazione alla trattativa, bensì del rapporto con l’azienda, per il rilievo condizionante attribuito al dato contingente di avere prestato il proprio consenso alla conclusione di un contratto con la stessa».

La Corte, poi, registra poi nell’articolo dello Statuto sotto accusa, una «forma impropria di sanzione del dissenso», sempre in violazione dell’articolo 39 della Costituzione «che innegabilmente incide, condizionandola, sulla libertà del sindacato in ordine alla scelta delle forme di tutela ritenute più appropriate per i suoi rappresentati, mentre, per l’altro verso, sconta il rischio di raggiungere un punto di equilibrio attraverso un illegittimo accordo “ad excludendum”».

Quanto al criterio da utilizzare per una corretta rappresentatività sindacale «nel caso di mancanza di un contratto collettivo applicato nell’unità produttiva per carenza di attività negoziale ovvero per impossibilità di pervenire ad un accordo aziendale», la Corte suggerisce alcune possibili soluzioni, tra cui la «valorizzazione dell’indice di rappresentatività costituito dal numero degli iscritti», l’«introduzione di un obbligo a trattare con le organizzazioni sindacali che superino una determinata soglia di sbarramento», o il «riconoscimento del diritto di ciascun lavoratore ad eleggere rappresentanze sindacali nei luoghi di lavoro». L’opzione «tra queste od altre soluzioni», conclude la Corte, «compete al legislatore».

 

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