Federazione Sindacati Indipendenti

Lavoratore, abbandono posto di lavoro, sistematicità, licenziamento, legittimità

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Ordinanza 11 dicembre 2012, n. 22720

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

1.- Con ricorso al giudice del lavoro di Roma, M.A. impugnava il licenziamento disciplinare intimatogli dall’Istituto di vigilanza Securitas Metronotte s.r.l. in ragione delle seguenti tre contestazioni: a) aver indicato che il sinistro occorso ad un’automobile di servizio da lui condotta era avvenuto in una data diversa da quella effettiva; b) aver abbandonato sistematicamente il posto di lavoro trenta minuti prima della fine del turno; c) aver reiteratamente iniziato il turno di lavoro alle 21,15 e non alle 21 nei mesi di gennaio-febbraio 2000.

2.- Rigettata la domanda e proposto appello dal M., la Corte di appello di Roma con sentenza 5.03.04 accoglieva l’impugnazione ed annullava il licenziamento, rilevando che il datore, quanto all’ultimo comportamento contestato (sopra indicato sub c), aveva intimato il recesso prima che scadesse il termine assegnato al dipendente per le sue giustificazioni. Ritenuta parzialmente nulla la contestazione e non risultando agli atti quale fosse l’importanza assegnata dal datore agli altri due episodi, la Corte di merito riteneva impossibile affermare che il datore avrebbe lo stesso licenziato il dipendente in presenza degli altri due soli comportamenti. Riteneva, quindi, che la nullità parziale del provvedimento si fosse convertita in nullità totale di modo che il licenziamento ne risultava travolto.

3.- Proposto ricorso per cassazione dal datore di lavoro, questa Corte con sentenza 18.09.07 n. 19343 cassava la sentenza di appello evidenziando che nel caso di nullità parziale il principio di conservazione dell’atto costituisce la regola, mentre l’estensione della nullità parziale a tutto l’atto è l’eccezione, di modo che avrebbe dovuto essere la parte interessata a questa estensione a provare i fatti; sosteneva, inoltre, che, essendo il licenziamento irrogato per una pluralità di motivi, avrebbe dovuto essere verificato se gli altri comportamenti contestati con l’atto di recesso, e non toccati dalla nullità, fossero a loro volta tali da non consentire la prosecuzione del rapporto.

4.- Riassunto il giudizio dinanzi alla Corte d’appello di Roma, designata quale giudice di rinvio, il nuovo Collegio riesaminava i fatti contestati e, sulla base delle risultanze istruttorie acquisite agli atti, riteneva provati i primi due comportamenti – sopra indicati rispettivamente sub a) e b) – ed accertava che il datore avrebbe egualmente disposto il licenziamento sulla base dei soli primi due addebiti (ritualmente) contestati e che, in ogni caso, le due mancanze erano sufficienti a giustificare il licenziamento essendo ognuna di esse di per sè idonea a giustificare il licenziamento per giusta causa. Con sentenza 12.03.10, pronunziando in sede di rinvio, la Corte rigettava pertanto l’appello.

5.- Avverso questa sentenza proponeva ricorso per cassazione M. deducendo: a) violazione dell’art. 2697 c.c, in quanto il giudice del rinvio non avrebbe applicato il principio enunciato dalla Corte di cassazione, elaborandone uno diverso “secondo il quale la nullità parziale si trasforma in nullità totale dell’atto soltanto qualora risulti che l’attore dell’atto non lo avrebbe emesso in essenza della parte nulla”, così invertendo l’onere della prova e ritenendo che fosse compito del lavoratore dimostrare i fatti costitutivi di un atto volitivo unilaterale, quale quello di licenziamento, in cui il lavoratore è semplice destinatario dell’atto e non partecipa alla sua formazione; b) difetto di motivazione in ordine alla presunta inesistenza della prova della volontà datoriale di irrogare il licenziamento solo in ragione del comportamento complessivo tenuto dal dipendente, atteso che dalla lettera di contestazione emergeva chiaramente che i fatti addebitati erano stati considerati nel loro contenuto negativo complessivo; c) illogicità e contraddettorietà della motivazione, nonchè violazione dell’art. 115 c.p.c. in ragione dell’illogica valutazione data alle risultanze di fatto accertate dall’istruttoria.

Si difendeva con controricorso l’Istituto Metronotte Securitas.

6.- Il Consigliere relatore ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c. depositava relazione, che era comunicata al Procuratore generale ed era notificata ai difensori costituiti assieme all’avviso di convocazione dell’adunanza di camera di consiglio.

7.- Quanto al primo motivo deve rilevarsi che la sentenza rescindente ha affermato testualmente che “la prova che le parti non avrebbero concluso il contratto senza quella parte affetta da nullità, con conseguente estensione dell’invalidità all’intero contratto, deve essere fornita dall’interessato ed è necessario al riguardo un apprezzamento in ordine alla volontà delle parti quale obiettivamente ricostruibile sulla base del concreto regolamento di interessi, rimesso al giudice del merito ed incensurabile in sede di legittimità, se adeguatamente e razionalmente motivato”. L’odierno ricorrente sostiene che tale principio, affermato in tema di nullità del contratto, non sarebbe applicabile al caso di specie, in cui la nullità attiene ad un atto unilaterale, quale il licenziamento, di modo che al lavoratore (parte interessata) sarebbe stato assegnato un onere probatorio improprio. Parte ricorrente ha letto in maniera frammentaria quel passo della motivazione della sentenza e ne ha tratto considerazioni irrilevanti ai fini del giudizio di rinvio, ove il giudice, per espresso comando del Collegio di legittimità, era invece tenuto a “riesaminare il fatto e determinare se il datore di lavoro avrebbe ugualmente disposto il licenziamento sulla base dei primi due addebiti ritualmente contestati, ovvero se le prime due mancanze siano di per sè insufficienti a giustificare un licenziamento”. Esattamente in questi termini il giudice di rinvio ha svolto la sua indagine e, sulla base del materiale acquisito, è pervenuto alle sue conclusioni.

8.- I motivi secondo e terzo sono del tutto infondati, in quanto contestano con elementi esclusivamente di fatto l’accertamento di merito compiuto dal giudice, che, invece, da risposta al quesito posto nella sentenza di rinvio affermando che “ciascuno dei due addebiti residui è sufficiente a giustificare il licenziamento in tronco” all’esito di una indagine di merito condotta in termini esaustivi e logicamente articolati, con ampia disamina del materiale istruttorio.

9.- In conclusione, infondate le censure proposte, il ricorso deve essere rigettato, con condanna del ricorrente alle spese del giudizio di legittimità.

10.- I compensi professionali vanno liquidati in Euro 3.000 sulla base del D.M. 20 luglio 2012, n. 140, tab. A – Avvocati, con riferimento al tutte le tre fasi previste per il giudizio di cassazione (studio, introduzione, decisione) d allo scaglione relativo al valore indeterminato.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 50 (cinquanta) per esborsi ed in Euro 3.000 (tremila) per compensi, oltre Iva e Cpa