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Errori in medicina. Un caso su due si potrebbe prevenire

Anche in Italia una campagna nazionale sulla sicurezza delle cure. Il recente dibattito sui dati del Pne di Agenas ha riproposto in modo ancora più forte rispetto al passato la “questione” della qualità e sicurezza delle cure e i limiti e le difficoltà nell’individuare indicatori affidabili per misurarla. Sono ormai tanti gli studi epidemiologici che stimano intorno al 9% il numero di pazienti che subisce un danno a seguito delle cure ricevute durante il ricovero. Anche in Italia è stato condotto uno studio in cinque grandi ospedali che ha determinato un tasso del 5% di eventi avversi, prevenibili nel 50% dei casi.

Si tratta di dati importanti che testimoniano l’entità e gravità del problema. Le differenze mostrate nei tassi di mortalità dal PNE fanno porre una domanda a cui dobbiamo dare una risposta non procrastinabile, quante vite si sarebbero potute risparmiare se determinati interventi fossero stati svolti laddove l’esito delle cure è risultato migliore? Però dobbiamo anche chiederci, quante vite si sarebbero potuto risparmiare se fossero state applicate nei nostri ospedali le pratiche per la sicurezza delle cure “evidence based”?

Se è vero, come ormai numerosi studi dimostrano, che la checklist di sala operatoria riduce la mortalità e le complicanze operatorie perché, ancora oggi, è così poco utilizzata nel nostro Paese?

Fu proprio a seguito di queste considerazioni che nel 2004 il Presidente dell’autorevole Institute for Healthcare Improvement, Don Berwick, lanciò la campagna “Save 100.000 lives” che consisteva nell’applicare sei pratiche cliniche basate sulle evidenze:
– prevenzione delle infezioni da catetere venoso centrale;
– prevenzione delle infezioni del sito chirurgico;
– prevenzione della polmonite da ventilazione;
– trattamento dell’infarto del miocardio;
– continuità delle cure “riconciliazione terapeutica”
– istituzione dei team a risposta rapida.

Si trattò di un obiettivo molto ambizioso che suscitò un inevitabile scetticismo. Due anni dopo Don Berwick annunciò che erano state salvate 122 mila vite umane in tutti gli Stati Uniti. Wachter e Pronovost, poco più tardi, pubblicarono una revisione dei risultati di Berwick, dimostrando in realtà che il successo ottenuto era inferiore alle attese: 33 mila vite umane salvate, le rimanenti 89 mila derivavano da aggiustamenti dei case mix.

Tutti furono però concordi nell’ammettere che la campagna era comunque stata un successo e subito dopo ne sono seguite altre non solo negli Stati Uniti (“protecting 5 millions lives from harm”) ma anche in altri paesi di area anglofona.
Lo scopo era stato raggiunto, portare l’attenzione dell’opinione pubblica sull’importanza dell’applicazione delle pratiche per la sicurezza del paziente.

Oggi le pratiche per la sicurezza che vanno fortemente incoraggiate sono molte di più, come evidenzia un recente articolo pubblicato sugli Annals of Internal Medicine.
John Ovretveit, un autorevole ricercatore del Karolinska Institute, ha inoltre dimostrato il consistente risparmio economico derivante dal miglioramento della qualità e sicurezza delle cure. I suoi dati furono presentati circa un anno fa in un evento organizzato dal Centro GRC e dalla Agenzia Regionale della Sanità Toscana dal significativo titolo “Taglia e Ricuci”. Ovretveit propose una revisione dei DRG passando da “volume based system” a “value based system” in cui non solo il numero di prestazioni ma anche il loro esito e il livello di sicurezza adottato devono essere aspetti da valutare.

Lo scopo del nostro libro “Prevenire gli eventi avversi nella pratica clinica”, che presenteremo il 27 novembre al Forum Risk Management di Arezzo, pubblicato in italiano da Springer per renderlo disponibile al maggior numero di operatori sanitari del nostro Paese, ha proprio questa funzione diffondere l’uso delle pratiche cliniche mirate a ridurre gli eventi avversi.

L’originalità del libro consiste nel fatto che non sono solo specialisti della sicurezza che trattano della materia ma lo fanno insieme a clinici di varie specialità che hanno presentato in modo sintetico tutto quello che è necessario fare per migliorare la sicurezza delle cure. Nonostante una indagine della Commissione Europea svolta nel 2006 che evidenziava quanto importante fosse per i cittadini italiani il problema degli errori in medicina, più che in altri paesi europei, non è mai stata promossa una iniziativa che coinvolgesse i cittadini.

Il nostro auspicio è che l’applicazione nei nostri ospedali delle procedure utili per controllare il rischio clinico, consigliate dalla letteratura e presentate nel libro, possa effettivamente portare a dei risultati significativi, stimolando anche nel nostro Paese la promozione di una campagna analoga a quella statunitense.

Altra questione sulla quale sarebbe opportuno si aprisse un dibattito è sulla metodologia di valutazione dei nostri ospedali. I dati del “programma nazionale esiti” non possono essere che uno dei vari parametri di valutazione, come avviene in altri paesi in cui da più tempo esiste un confronto tra strutture sanitarie. Dobbiamo affiancare a questi dati altri metodi di misura importanti, basati ad esempio, sul livello di reputazione attribuita alle strutture sanitarie da panel accreditati di professionisti, sull’adozione di procedure per la sicurezza del paziente e sull’esito delle verifiche e controlli negli ospedali da parte di organismi indipendenti.

Riccardo Tartaglia
Centro Gestione Rischio Clinico e Sicurezza del Paziente Regione Toscana

Andrea Vannucci
Osservatorio Qualità ed Equità Agenzia Regionale di Sanità Toscana
quotidianosanita.it