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Disoccupazione giovanile: il lavoro non c’è ma spesso neanche i giovani qualificati

Secondo i dati Istat oltre il 40% de giovani italiani è senza lavoro. Due milioni e mezzo di under 30 non lavorano e non studiano. Perché nel nostro Paese sta accadendo un dramma sociale di queste proporzioni? E’ solo colpa della crisi economica? Ha provato a dare una risposta a questi interrogattivi McKinsey & Company, una delle società di consulenza più prestigiose del mondo, che ha dedicato al tema uno studio approfondito intitolato “Studio ergo Lavoro. Come facilitare la transizione scuola-lavoro per ridurre in modo strutturale la disoccupazione giovanile in Italia”. Abbiamo sentito Roberto Lancellotti, senior partner McKinsey e responsabile della ricerca per farci raccontare le conclusioni più importanti del lavoro svolto.

Dal rapporto emerge che di tutti i giovani disoccupati il 40% sono strutturali. Cosa si intende con questo temine?
“Si definisce come strutturale quella parte di disoccupazione giovanile (15-29 anni) che non dipende dall’evoluzione del ciclo economico, ma è legata al disallineamento tra le opportunità di lavoro generate dal sistema economico e il capitale umano reso disponibile dal sistema scolastico e formativo”

Cosa significa in termini più semplici?
“Che anche quando i posti di lavoro ci sono, non sempre è facile trovare i giovani in numero adeguato o con le competenze necessarie. Perfino in un anno come il 2012, caratterizzato da una crisi economica persistente e da un tasso di disoccupazione giovanile particolarmente elevato, le imprese hanno avuto difficoltà a reperire candidati per il 16% delle posizioni ricercate, corrispondenti a circa 65 mila posti di lavoro”.

Riepilogando, i posti di lavoro sono pochi e per quei pochi che ci sono le aziende addirittura faticano a trovare giovani qualificati. Per quali figure professionali si è maggiormente verificato questo fenomeno?
“Si è evidenziata una generale insufficienza di diplomati commerciali e tecnici, specialmente nei settori delle telecomunicazioni e del legno, mobile e arredamento, ma anche di laureati specializzati, quali i progettisti informatici ed elettronici. Nel settore della sanità si sono poi riscontrate difficoltà nella ricerca di candidati idonei e in numero sufficiente a tutti i livelli di istruzione”.

A vostro avviso una delle cause dello sbilanciamento tra domanda e offerta è che solo 3 studenti su 10 scelgono il percorso di studi pensando allo sbocco occupazionale. Per anni è stato detto ai ragazzi di seguire le proprie passioni. E’ questo quindi un concetto sbagliato?
“No, è importante che i ragazzi seguano le proprie passioni e i propri interessi personali nella scelta del percorso di studi, però è opportuno trovare il giusto equilibrio tra quelle che sono le proprie aspirazioni e i propri sogni e le reali opportunità d’impiego”.

Uno degli aspetti più preoccupanti che emerge nel report è che la mancanza di competenze professionali specifiche è solo una parte del problema. Solo il 42% delle aziende ritiene infatti che chi entra per la prima volta nel mondo del lavoro abbia una preparazione adeguata alle esigenze del sistema produttivo. Quali sarebbero le lacune più gravi dei giovani italiani?
“I datori di lavoro lamentano tra i neoassunti un deficit nelle competenze generali. Non solo poca padronanza delle lingue straniere e della matematica di base ma anche scarse capacità analitiche, intraprendenza e autonomia. Emergono problemi di etica e deontologia professionale e limitata esperienza pratica”.

Un quadro davvero sconfortante che testimonia la mancanza di comunicazione tra mondo della scuola e imprese. Come uscirne?

“Allineando l’offerta formativa all’evoluzione della domanda di lavoro nel medio-lungo termine e incentivando gli istituti scolastici a costruire reti di relazioni con le aziende. Oggi le occasioni di comunicazione sono rare. Solamente il 40% delle imprese ha scambi frequenti con gli istituti scolastici, rispetto a percentuali superiori al 70% in Paesi come Gran Bretagna e Germania. E anche quando hanno luogo le interazioni sono considerate inefficaci. Solamente il 21% delle aziende le ritiene utili, la metà rispetto alla percentuale registrata in Germania e nel Regno Unito”. Queste le cose che dovrebbero fare le scuole. E le aziende? Sono esenti da responsabilità?

“Assolutamente no. Attribuire lo scarso dialogo tra scuola e mondo del lavoro prevalentemente agli enti di formazione e ai ragazzi è un errore. Anche le imprese hanno le loro responsabilità. Dovrebbero attivare meccanismi concreti di collaborazione creando opportunità di tirocinio e apprendistato, utili sia per l’impresa che per i ragazzi, e stimolando una maggiore partecipazione degli insegnanti alle attività formative nell’ambiente lavorativo”.

di Michael Pontrelli
Tiscali.it