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La testimonianza in tribunale «Metodo Daccò era un cancro»

MILANO. «Il metodo Daccò era un cancro che andava via via ampliandosi». Sono parole dell’ex direttore generale della Sanità di regione Lombardia ed ex manager del San Raffaele di Milano Renato Botti, sentito in aula a Milano nell’ambito del processo Maugeri. Botti ha, di fatto, confermato davanti ai giudici le dichiarazioni che aveva già reso agli inquirenti durante un interrogatorio sul ruolo del faccendiere Pierangelo Daccò, secondo l’accusa personaggio di primo piano sia nella vicenda del San Raffaele che nell’inchiesta sulla Fondazione Maugeri.

Daccò, che è tra gli imputati del processo insieme ad altre nove persone, avrebbe fatto da tramite, secondo l’accusa, tra i manager degli ospedali e i politici della Regione per ottenere i finanziamenti attraverso delibere favorevoli. Nel caso della Maugeri, i magistrati milanesi contestano la distrazione di 61 milioni dalle casse della Fondazione che sarebbero arrivati in parte a Daccò (accusato quindi di avere ricevuto tangenti dagli ex vertici della clinica pavese) e in parte a i politici.

A processo, tra gli altri, ci sono anche l’ex governatore lombardo Roberto Formigoni e l’ex direttore generale della Fondazione Maugeri, Costantino Passerino, che avrebbe avuto un ruolo, secondo l’accusa, nella distrazione del denaro (l’ex presidente della Fondazione Umberto Maugeri vuole invece patteggiare).

E di “un metodo Daccò” ha parlato, appunto, Botti, sentito come testimone nel processo. Il manager, rispondendo alle domande del pubblico ministero Laura Pedio, ha spiegato di aver accolto con «preoccupazione», nel 2005, l’inizio dell’attività di Daccò come consulente del San Raffaele. Una preoccupazione legata anche al «timore – ha dichiarato il testimone l’altro ieri in aula – dell’utilizzo di strumenti illeciti e di metodi corruttivi». Botti ha spiegato però di non sapere «se siano state pagate effettivamente tangenti», ma ha definito il “metodo Daccò” come un sistema fatto di «pressioni su istituzioni pubbliche legate non a regole ma a rapporti personali». Approccio che, secondo il manager, «non era corretto» e che sarebbe stato utilizzato, secondo le accuse dei magistrati milanesi, anche per la Fondazione Maugeri. (m. fio.)
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