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Lavoro, pronti indennizzi esentasse se licenziati non fanno causa

Palazzo Chigi prepara un secondo provvedimento per favorire i patti integrativi rispetto a quelli collettivi
A questo punto, nove mesi dopo il giuramento di Matteo Renzi al Quirinale, non c’è più un solo banchiere centrale, esponente di governo europeo o investitore estero che non presenti quella domanda. Giunti al cuore di ogni incontro privato, è sempre la stessa: cosa c’è dentro la scatola della riforma del lavoro, e quando quell’oggetto salterà fuori. Più che sui decimali di deficit, è sui dettagli e la portata della revisione delle regole sul lavoro che si gioca la posizione politica dell’Italia in Europa e la sua tenuta finanziaria sui mercati nel 2015. A Palazzo Chigi questa pressione si avverte ed è anche per questo che in questi giorni si lavora per precisare gli ingranaggi del Jobs Act, e gettare le basi di quella che, nei piani, dovrebbe essere la fase due della riforma del lavoro. Il Jobs Act, con il contratto a tutele crescenti per i nuovi assunti, partirà da zero e riguarderà circa 1,5 milioni di dipendenti in più ogni anno su 23 milioni circa di occupati: è un intervento che per ora cambia solo al margine il mondo del lavoro. La seconda fase invece interessa la grande maggioranza, perché riguarda la contrattazione collettiva.

Prima di avviarla, probabilmente in gennaio, il governo deve chiudere sui nuovi contratti del Jobs Act e l’intenzione è di farlo introducendo una novità: forti incentivi economici al datore di lavoro e al dipendente a chiudere gli accordi su un licenziamento economico sulla base di un pagamento deciso entro pochi giorni fra le due parti. La misura riguarderebbe solo i contratti permanenti di nuovo tipo, quelli firmati a partire dal 2015. L’indennizzo può arrivare gradualmente fino ai 24 mesi di salario ordinario, a crescere con l’anzianità di servizio sulla base di griglie fissate per legge. Ma soprattutto, nelle intenzioni del governo, l’accordo senza giudice chiamato “conciliazione espressa ” dovrebbe essere interessante per entrambe le parti. Per il datore di lavoro, lo sarebbe per due ragioni: l’indennizzo concordato entro cinque giorni con il dipendente è meno oneroso di quello che può decidere il giudice dopo un ricorso, e il lavoratore che lo accetta rinuncia al diritto di andare poi in giustizia. Anche per il dipendente licenziato ci sarebbero due motivi per accettare una transazione con l’impresa. In primo luogo, con il nuovo contratto permanente, l’indennizzo che gli viene versato sarebbe tutto o in buona parte esentasse: il governo sta studiando il modo di far sì che quella somma, fino a due anni di salario, sia intascata per intero o quasi dal lavoratore senza pesare nella denuncia dei redditi. Inoltre il lavoratore licenziato saprebbe già, dall’inizio della trattativa con l’impresa, che in caso di ricorso ha sì la possibilità di avere un indennizzo più alto, ma con l’onere delle spese legali e senza lo sgravio fiscale.

Così il governo punta a creare incentivi per alleggerire le procedure e sgravare i tribunali, lavorando sui dettagli dei decreti attuativi del Jobs Act. Le cause di licenziamento per ragioni economiche o organizzative saranno definite con fattispecie precise: si va dal cattivo andamento dell’impresa, alle difficoltà del mercato, al cambiamento organizzativo, fino al rendimento insufficiente del singolo. Anche i motivi di un licenziamento disciplinare saranno precisi nei dettagli, in modo da definire per legge i vari scenari e lasciarli il meno possibile all’interpretazione del giudice. Per le imprese fino a 15 dipendenti, l’indennizzo potrà poi arrivare a un massimo di sei mensilità e non di 24 come per le altre.

A gennaio poi il governo punta a far partire la fase due della riforma: quella che potenzialmente riguarda gran parte dei dipendenti, non solo i nuovi assunti. Per allora, Palazzo Chigi intende aver pronto e distribuito alle parti sociali un “libro bianco ” di proposte per rafforzare di molto la contrattazione decentrata a livello di azienda, distretto o filiera produttiva, rendendola prevalente sui contratti nazionali uguali per tutte le imprese. L’obiettivo è chiudere su questo a giugno. Questo sistema è praticato quasi ovunque in Europa: le aziende fissano gli orari, i turni o i salari in base alle proprie necessità specifiche e alle condizioni per stare sul mercato. Molti datori di lavoro in Germania hanno salvato così l’occupazione durante la crisi del 2009. Ma in un’Italia a inflazione zero, ciò comporterebbe un’ulteriore scivolata verso la deflazione. Solo la Bce a quel punto potrebbe aprire la rete di sicurezza per evitare un’esplosione dei livelli di debito.

di FEDERICO FUBINI REPUBBLICA