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Gli operai vivono cinque anni in meno dei dirigenti

ROMA – Le differenze sociali pesano anche sulla longevità. Un dirigente maschio può contare su un’aspettativa di vita di cinque anni più elevata rispetto ad un operaio non qualificato della sua stessa età. E le aspettative crescono progressivamente salendo lunga la scala sociale. La povertà minaccia la salute, dunque. Mancanza di beni materiali e reti di aiuto, disoccupazione, lavoro poco qualificato, basso titolo di studio sono tutti elementi che rendono più fragili i cittadini, in Italia come in Europa: si ammalano di più, guariscono meno, perdono autosufficienza. E se si potessero cancellare con una bacchetta magica queste disuguaglianze, si stima un possibile ‘risparmio’ di più del 25% delle morti tra gli uomini e di oltre il 10% tra le donne.

Questi alcuni dati di cui si è parlato al convegno promosso, oggi a Roma, dall’Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e delle malattie della povertà (Inmp). Nel corso dell’incontro è stato presentato il ‘Libro bianco sulle diseguaglianze in salute’: una dettagliata fotografia del Paese che è stata sviluppata in accordo con gli obiettivi di contrasto ai gap in tema di salute, previsti nel progetto interregionale Inmp 2013-2015.

Secondo i dati riferiti dall’Istituto, il rischio di morire cresce regolarmente con l’abbassarsi del titolo di studio. Tra gli uomini, considerando un il rischio di un laureato, la mortalità cresce del 16% nel caso di diploma di maturità; del 46% con il solo titolo delle scuole medie, e del 78% con quello delle elementari. Un fenomeno che si verifica anche per le donne e riguarda tutti gli indicatori di salute: ammalarsi, restare a lungo con la malattia, finire male a causa di una patologia. In Europa si osservano diseguaglianze più moderate nei Paesi mediterranei, intermedie nell’Europa continentale, molto più intense all’Est. Anche in Italia si registrano differenze maggiori nelle regioni del Sud. La variabilità delle differenze mostra, secondo l’Inmp, che si tratta di un fenomeno evitabile.

Combattere le diseguaglianze, oltre a ridurre notevolmente la mortalità – 25% negli uomini e 10% nelle donne – è necessario, spiega l’Inmp, non solo perché sono ingiuste, ma anche perché sono evitabili e inefficienti per il Paese. Rappresentano, infatti, un freno allo sviluppo sociale ed economico, in quanto presuppongono l’uscita precoce dal mercato del lavoro di persone altrimenti produttive, un maggior carico del servizio sanitario, delle politiche assistenziali e del welfare e sono causa di minore coesione sociale, con un impatto complessivo stimato intorno al 10% del Pil.

Se si potesse intervenire sui meccanismi che generano la diseguaglianza fino ad eliminarle – spiega l’Inmp – si potrebbero guadagnare notevoli miglioramenti in salute. I dati del ‘Libro bianco’ indicano la strada per intervenire con politiche che non riguardano solo il servizio sanitario nazionale.

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