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Tagli alla Sanità, le Regioni lasciano la scure al governo

Per la sanità cura dimagrante da 4 miliardi in arrivo. Oggi i Governatori si vedranno a Roma per decidere se indicare in quali pieghe dei loro bilanci è possibile ricavare i risparmi imposti dalla Legge di stabilità. Che dà tempo fino al 31 gennaio per esercitare l’opzione. Altrimenti scatta la clausola di salvaguardia che impone d’imperio il taglio del Governo sul Fondo sanitario nazionale. Lo stesso che Regioni e Ministro della salute, sei mesi fa, avevano stabilito di incrementare di due miliardi siglando il Patto per la salute.

Che le Regioni non abbiano alcuna intenzione di impugnare le forbici ma preferiscano addossare all’Esecutivo la responsabilità della mazzata su asl e ospedali lo conferma il coordinatore degli assessori regionali alla salute, il veneto Luca Coletto. «E’ difficile che le regioni diano indicazioni e non per mancato spirito di collaborazione ma solo perché un taglio del genere va ad incidere su funzioni vitali come trasporto e sanità. Così- rimarca- ci mettono in ginocchio e anche chi è in equilibrio con il bilancio sanitario, rischia di andare in piano di rientro».

L’indagine sugli sprechi
A smentire il mantra delle regioni “tagli ai loro bilanci uguale taglio alla sanità” è però un’indagine condotta dagli specialisti di “Quotidianosanità.it”, che sono andati a fare le pulci alle spese regionali, dimostrando che, solo a voler eliminare inefficienze e sprechi, si potrebbe intervenire senza toccare, o quasi, la sanità. Su oltre 160 miliardi di spese regionali correnti (trasporti esclusi) il 70%, quasi 119 miliardi, sono in effetti trasferimenti alle Asl. Tolte le spese incomprimibili per il personale restano circa 44 miliardi da attaccare. Di questi 2,6 si riferiscono a beni non durevoli, cose tipo cancelleria, dove una sforbiciata sarebbe tutt’altro che impossibile.

Compensi e rimborsi
Idem per gli 800 milioni di consulenze esterne e i 902 di costi della politica. Compensi e rimborsi ai consiglieri tra i quali la magistratura sta trovando di tutto. A completare l’elenco ci sono poi i 3,2 miliardi di trasferimenti ad “aziende regionalizzate, provincializzate e consortili” sui quali vale lo stesso discorso sui costi di cui sopra.

Assistenza essenziale
Invece alla fine la scure cadrà sulla sanità. Questo proprio mentre la Titolare della salute, Beatrice Lorenzin, si appresta a varare i nuovi livelli essenziali di assistenza, inserendo nel super-elenco delle prestazioni rimborsabili cure per oltre 100 malattie rare e i celiaci, fecondazione eterologa, epidurale per le partorienti. Costi in più che a fronte dei tagli obbligheranno a far leva anche sui ticket. Il Patto per la salute ne prevedeva la riforma ma senza costi aggiuntivi per i cittadini. L’idea non è quella di togliere le esenzioni agli over 65, ma ridurre in toto la sterminata platea degli esenti applicando un’Isee “corretto” per la sanità.

Soldi da reinvestire per abbattere i super ticket su visite e analisi, che oggi a chi non è esente arrivano a pesare anche mille euro l’anno. Ma la rinuncia delle regioni a indicare tagli fuori dal perimetro sanitario obbligherà di fatto i tecnici della Lorenzin a tagliare sulle esenzioni senza ridurre al contempo i super-ticket. Che secondo uno studio della Uil Servizio politiche territoriali fanno incassare alle asl solo un miliardo e mezzo. In media 24 euro a testa. Che metà della popolazione, quella che consuma l’80% della spesa sanitaria, oggi non paga, scaricando spese ben superiori a quei 24 euro sulle spalle di chi esente non è ed ha necessità di cure. Una distorsione che la Lorenzin voleva correggere ma che rischia ora di trasformarsi in un “ticket più cari per tutti”.
PAOLO RUSSO
ROMA lastampa