Federazione Sindacati Indipendenti

Senza lavoro non può pagare la bolletta-choc di Equitalia

GRADISCA. «Per pagare i debiti e dare da mangiare ai miei figli ho fatto di tutto. Persino vendere le fedi nuziali. Ma ora non ce la faccio più, sono disperato».

Così 12 mesi fa Vincenzo C., 48enne gradiscano, ci affidava il suo grido di dolore. Una storia di indigenza, di difficoltà a trovare un lavoro stabile, a districarsi fra i debiti accumulati per la fine poco fortunata della sua piccola azienda. Una storia come ormai tante, troppe. Cui però non si riesce proprio ad abituarsi. Una vicenda di angoscia e disperazione, figlia della crisi occupazionale e dello Stato che da un lato non fa sconti e dall’altro è rumorosamente silenzioso, assente. E cui adesso si è aggiunto un altro capitolo grottesco: l’arrivo via posta di un bollettino di Equitalia. Un cedolino da… 53 mila euro. Anonimo, senza riferimenti alla causale né a una possibile rateizzazione. Uno choc.

Vincenzo, che nel frattempo sbarca il lunario inquadrato in un progetto Cantiere lavoro del Comune (7-800 euro a fine mese), è impallidito. Ha sempre affrontato con dignità la propria situazione, riconoscendo il suo debito e cercando di saldare ogni pendenza. «Ma c’è modo e modo di trattare i cittadini. Non so se mi sento più umiliato o angosciato. Voglio pagare, ma non so come». E aggiunge una frase che ben chiarisce la sua preoccupazione, ma anche la sua correttezza: «Vorrei discutere una rateizzazione – dice -, ma in questo momento vorrebbe dire prendere in giro sia me stesso sia lo Stato. Nella mia situazione non so come posso affrontare il debito».

Sino a qualche anno fa la vita di Vincenzo, coniugato con tre figli, scorreva tranquilla. Un lavoro più che dignitoso da dipendente per oltre 20 anni in una ditta edile, la famiglia che si allarga. Nel 2005, pensando al futuro dei propri figli, Vincenzo decide di mettersi in proprio. Ancora non lo sa, ma è l’inizio del tunnel. Racconta: «C’erano le condizioni per mettere su una ditta, come artigiano, sempre nel settore edile. Ho deciso di provarci». All’inizio le cose vanno bene: lavora anche 11 ore al giorno, realizza villette chiavi in mano in tutta la Sinistra Isonzo, restauri, ampliamenti.

Dà lavoro a più di qualche collaboratore. Ma dal secondo anno le cose iniziano a precipitare. Il prezzo dei materiali e il costo dei fornitori aumentano a dismisura, un paio di clienti importanti non pagano e il giocattolo si rompe. «Io ho compiuto sicuramente qualche errore di valutazione – ammette con disarmante onestà Vincenzo, il tono di voce mai rabbioso -, tenendo i prezzi bassi per essere competitivo. Mi sono pentito mille volte, ma ora è tardi». In un amen i debiti schizzano alle stelle. Le cartelle esattoriali di Equitalia sono come coltellate: gliene sono state recapitate 15 in un giorno, per almeno 50mila euro di Iva, Irpef, Inail e quant’altro. Poi i debiti con le banche e i fornitori.

E poi le bollette, la spesa. Sino alla sorpresa del bollettino-choc dell’altro giorno, 53 mila euro e dieci giorni per pagare. Vincenzo vive in un appartamento dell’Ater da 70 mq per 5 persone. Anche andare a mangiare una pizza è diventato un lusso. Fra il 2012 e il 2013 ha fruito del sussidio di solidarietà: 500 euro in cinque. Poi qualche lavoretto per amici, qualche cantiere saltuario fuori regione, via per tutta la settimana lontano dai suoi cari. «Io non discuto: mi è andata male e voglio pagare. Ma se non lavoro, come faccio? Non ho più niente. Come artigiano non posso contare su ammortizzatori sociali».

Vincenzo e signora hanno due figli grandi, di 22 e 19 anni, con le loro esigenze e le loro difficoltà a trovare sbocchi, e una bimba di 9. «Non so dove può arrivare una persona in stato di necessità – dice -. So però che non voglio rubare, dopo 27 anni di lavoro onesto e nel quale mi ero realizzato. Mi chiedo però dove sia lo Stato sociale, il welfare che dovrebbe esserci in un Paese civile»

di Luigi Murciano
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