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L’età della pensione? In sei anni è salita di sette mesi

Le nuove regole previdenziali introdotte negli ultimi anni, dalle finestre mobili di Maurizio Sacconi ai più stretti requisiti di età e contribuzione di Elsa Fornero, hanno avuto un effetto piuttosto modesto sull’età di pensionamento effettiva degli italiani se si guarda alla media generale alla decorrenza del primo assegno Inps. Tra il 2009 e i primi due mesi del 2015 sono andati in pensione un milione e 503.450 lavoratori, di cui 745.495 con l’anzianità (o l’anticipo) e 757.955 con la vecchiaia. Per loro l’età media non è mai stata più alta di 62 anni e sei mesi.

In sei anni dunque – tenendo conto del fatto che il dato di inizio 2015 non è ancora adeguatamente popolato – l’età media effettiva di pensionamento è aumentata di sette mesi e una settimana. L’età media all’incasso del primo assegno Inps, in particolare, è aumentata di tre anni per le pensioni di vecchiaia (dai 62,5 del 2009 ai 65,6 del 2014) e di quasi un anno per quelle di anzianità (dai 59 anni ai 59,9 anni).

I numeri sono contenuti nelle tabelle di calcolo sull’età effettiva di pensionamento nelle gestioni principali monitorate dall’Inps e ancora in fase di elaborazione per diverse categorie – a partire dal pubblico impiego che qui è escluso – e che Il Sole-24 Ore è in grado di anticipare. Quella sull’età effettiva di pensionamento è una delle statistiche prese in esame dai comitati tecnici della Commissione europea (a partire dal Working group on ageing, population e sustainability) e dall’Ocse per verificare l’impatto delle riforme. Sono dati su cui riflettere prima di introdurre le nuove misure, di cui tanto si discute, per favorire una maggior flessibilità in uscita.

I numeri in questione comprendono anche le pensioni supplementari, i prepensionamenti, gli assegni di invalidità trasformati al raggiungimento dell’età di vecchiaia e le pensioni erogate agli ex esodati. Di questi ultimi, secondo l’aggiornamento Inps del 20 marzo, già per 69.693 sono state liquidate le pensioni, a fronte delle 109.278 certificazioni su un totale di 170.230 soggetti salvaguardati.Ad abbattere l’aumento di età effettiva ci sono le numerose deroghe previste dal nostro ordinamento e che consentono il ritiro anticipato: i lavoratori usuranti, i marittimi, i minatori, le diverse gestioni speciali (dai lavoratori del trasporto alle ferrovie al volo, dove l’età di pensionamento è di 60 anni). E c’è l’effetto del regime sperimentale e transitorio riservato alle lavoratrici dalla riforma Maroni (legge 243/2004) che prevede il possibile ritiro anticipato con 35 anni di contributi a 57 anni di età se dipendenti e 58 se autonome. Ma si tratta di pochi casi.

A fare la differenza vera hanno continuato però ad essere i pensionamenti anticipati degli uomini, che con molta più facilità delle donne raggiungono il requisito contributivo minimo (42 anni e un mese nel 2012 gradualmente innalzato di un mese nel 2013 e di un altro mese nel 2014 oltre ai tre mesi della speranza di vita) grazie a carriere lavorative più lunghe e meno discontinue. Basta guardare le cifre: tra il 2010 e il 2014 si sono pensionati con l’anzianità (o l’anticipata) 443.429 uomini e solo 173.924 donne.Gli effetti più significativi delle nuove regole si osservano poi sul numero dei pensionamenti. Se i dati relativi al 2012 non si possono includere nella fase transitoria post-riforma Fornero perché sono in larga parte persone che avevano maturato i requisiti nel 2011 e sono andati in pensione con la finestra, nel 2013 lo scalino c’è: le pensioni di vecchiaia scendono da 130.727 dell’anno prima a 92.993 e quelle di anzianità da 115.674 a 99.958.

Nell’anno dello scatto in avanti di tre mesi dei requisiti di età legati all’aspettativa di vita sono state liquidate oltre 53mila pensioni in meno. E la discesa è proseguita nel 2014, con altre 40mila pensioni in meno dell’anno prima. Un “effetto blocco” generato dalla riforma Fornero, che è stata improvvisa e che nel 2012 ha inglobato la cosiddetta finestra mobile nell’età di pensionamento. A questo stop si contrappone invece il picco dei 53.601 pensionamenti in più del 2010 (in totale furono 339.955, il dato più elevato nei sei anni, contro i 286.354 del 2009). Ha avuto ragione chi, in questo caso, aveva previsto un “effetto fuga” determinato dalla manovra che ha introdotto (dal gennaio 2011) le finestre “mobili” sia per pensioni ordinarie di vecchiaia che per pensioni di anzianità, con uno slittamento di 12 mesi per i lavoratori dipendenti e di 18 per gli autonomi.

Una “fuga” che ha condizionato i previsti effetti di risparmio e di aumento dell’età di pensionamento complessivo.Tornando all’età effettiva che è salita poco – con buona pace di quanti si sono allarmati per l’annuncio del futuro adeguamento alla speranza di vita che farà crescere di quattro mesi l’età per la vecchiaia dal gennaio prossimo (66 anni e 7 mesi per gli uomini) – dalle tabelle esce infine la conferma di un trend che sarà più evidente nel 2018, anno di passaggio a regime degli ultimi requisiti: allora le pensioni di vecchiaia saranno un po’ più numerose e l’età effettiva delle donne potrebbe superare quella degli uomini. Insomma, oltre ad avere più difficoltà nel concludere una carriera lavorativa piena, le donne dovranno pagare lo scotto di un pensionamento più ritardato.

di Davide Colombo ilsole24ore.com