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Def e tagli alla sanità: il patto governo-Regioni sulla pelle dei malati

Il Def, il documento economico finanziario, quest’anno per la sanità è più odioso del solito. Da una parte perché il governo di turno come se fosse un vampiro continua a succhiare sangue ad un anemico, esattamente come quelli che l’hanno preceduto. Dall’altra perché questa volta a fare il vampiro c’è la sua vittima storica, quella che ha sempre protestato contro i tagli lineari, cioè le Regioni con l’unica eccezione del Veneto.

E sì, perché dovete sapere che i 2,637 mld di tagli previsti dal Def sono costituiti da 2,352 mld quale taglio volontario che le Regioni hanno deciso di apportare al fondo sanitario nazionale, mentre 285 milioni sono un taglio all’edilizia sanitaria decisi con una intesa Stato Regioni. Come è potuto accadere? Ricorderete che Renzi già lo scorso anno aveva chiesto alle Regioni ma in modo generico un contributo di alcuni mld di risparmi lasciando loro la libertà di decidere dove ricavarli e come ricavarli. Le Regioni, con l’unica opposizione del Veneto, hanno deciso di ricavarli dalla sanità ma, udite udite, questo è avvenuto all’indomani di un patto governo-Regioni che aveva sancito, pensate un po’, addirittura il rifinanziamento del Fondo sanitario nazionale. A questo punto viene spontanea la domanda: possibile mai che quei risparmi richiesti non potevano essere ricavati in altro modo e da altre fonti lasciando in pace la sanità?

La stessa domanda se l’è fatta Cesare Fassari il direttore diQuotidiano sanità, il giornale online leader del settore:“quello che lascia veramente perplessi … è che nessuna delle voci di ‘risparmio’ riguarda altri capitoli di spesa delle regioni. Non si parla di stipendi dei consiglieri (in tutto quasi un miliardo l’anno), di consulenze esterne (in tutto 800 milioni l’anno), di trasferimenti alle varie ‘aziende regionalizzate, provincializzate, municipalizzate e consortili’, alle quali vanno ogni anno più di 3, 2 miliardi di euro. Nulla sulla spesa di beni e servizi non sanitari, che raggiunge la ragguardevole cifra di 6 miliardi l’anno (bilanci Regioni – Istat 2014)”. Fassari fa anche qualche calcolo e qualche ipotesi: “rinunciare alla metà dei compensi dei 1.100 consiglieri regionali (che viaggiamo mediamente sui 200mila euro l’anno) avrebbe per esempio significato mettere da parte quasi 500 milioni di euro (più o meno l’intera manovra sulla farmaceutica) e rinunciare per un anno a consulenti esterni avrebbe significato risparmiare 800 milioni, magari utili per non soffocare ulteriormente gli investimenti nelle aree più disagiate del Paese”.

Ora il danno è fatto il Def sta preparando le condizioni per spennare la sanità, le Regioni hanno dato di sé stesse la peggiore immagine che potevano dare, quella evocata da Hume, cioè di una classe politica che a un graffio del proprio dito preferisce il crollo del mondo. Caro Chiamparino, Lei non può immaginare quante sofferenze questo Def costerà per causa vostra materialmente e concretamente alla gente malata. I singoli malati in tanti casi non avranno i farmaci innovativi che sono sul mercato, cioè quelli più efficaci; non avranno le protesi appropriate ma solo quelle meno costose, non avranno i trattamenti necessari ma solo quelli compatibili con i bilanci delle aziende, non avranno le cure complete perché il costo per il personale nel 2015 è minore di quello del 2010.

Dopo questo Def tutto quello che dovrebbe essere appropriato, adeguato, pertinente ad un bisogno sarà semplicemente quello che passa il Def. E chi vorrà delle cure appropriate dovrà mettersi le mani in tasca e tutto questo perché il presidente Chiamparino, naturalmente in senso metonimico, per salvaguardare le proprie guarentigie ha deciso di presentare il conto dei risparmi attesi a dei poveri disgraziati.

Ieri ero a Milano al simposium della Fondazione Paracelso, per la giornata mondiale dell’emofilia e oltre a me anche un paio di deputati della commissione Sanità del Senato. Dopo aver fatto le nostre relazioni si alza dal pubblico una signora che, visibilmente estenuata dai luoghi comuni che si era appuntata, ne fa un elenco mostrandoci con semplicità, ma anche con grande efficacia, il problema di un vuoto horribilis di pensiero, di politica, di idealità ma trasferendoci anche il disagio di chi avverte, nei confronti delle politiche sanitarie del governo, il problema di una vistosa disonestà intellettuale.

I luoghi comuni, i più comuni, erano: “la coperta ormai è troppo stretta”, “ormai ci troviamo di fronte ad un bivio”. L’avverbio ormai per esprimere ineluttabilità e rassegnazione, e la metafora della coperta e del bivio per costringerci ad una scelta senza scelta. Cioè per farci bere il def, le Regioni che abbiamo, i tagli lineari, i diritti spezzati, le sofferenze delle persone, ecc. In treno, mentre tornavo a casa, il gesto polemico di quella signora mi tornava alla mente. Con quel gesto, che aveva irritato non poco alcuni di noi, la signora aveva smascherato la malafede di chi abbina la logica dicotomica del bivio alla logica coercitiva della coperta.

La dicotomia per dividere il problema della sanità in due svantaggi, uno più piccolo e uno più grande, e farti scegliere comunque uno svantaggio. La coercizione per escludere una terza possibilità: ad esempio, di rifiutare il bivio e allargare la coperta, cioè di risolvere lo stesso problema ma con vantaggi per tutti. Quella signora aveva colto nel segno, quando si parla di bivio e di coperta è perché:
– Non c’è un pensiero riformatore in grado di immaginare una terza possibilità che per essere tale ha invece bisogno di un vero e proprio pensiero riformatore.
– Manca la volontà politica di combattere vampiri, profittatori e sfruttatori, per cui alla fine bisogna giustificarli.

E come giustificarli? Con un Def da quasi 3 mld di tagli lineari alla sanità e con bivi e coperte.

di Ivan Cavicchi
Il Fatto quotidiano