Federazione Sindacati Indipendenti

Lavoro, patto di prova, ripetizione, stesse mansioni, mancanza di causa, nullità

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Sentenza 10 dicembre 2014 – 5 marzo 2015, n. 4466

(Presidente Stile – Relatore Nobile)

Svolgimento del processo

Con sentenza n. 98/2010, il Giudice del lavoro del Tribunale di Brescia respingeva la domanda proposta da A.P. nei confronti della s.P.a. Poste Italiane, diretta ad ottenere, previo accertamento della nullità del patto di prova, l’annullamento del licenziamento comunicato dalla società con lettera del 6-10-2008 con le pronunce conseguenziali ex art. 18 l. n. 300/1970.

La P. proponeva appello avverso la detta sentenza chiedendone la riforma con l’accoglimento della domanda, lamentando che erroneamente il primo giudice aveva ritenuto la validità del patto di prova.

La società si costituiva e resisteva al gravame.

La Corte d’Appello di Brescia, con sentenza depositata il 13-11-2010, in riforma della pronuncia di primo grado, accertata la nullità del patto di prova, annullava il licenziamento intimato, perché privo di giusta causa e di giustificato motivo, e ordinava la reintegrazione della lavoratrice nel posto di lavoro. Condannava, inoltre, la società al risarcimento del danno subito dalla P., pari alla retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento al giorno della reintegrazione, dedotto l’aliunde perceptum, con gli interessi legali e la rivalutazione monetaria.

In sintesi la Corte territoriale, accertava che, attesa l’identità delle mansioni, il patto di prova era privo di causa in quanto la società aveva già avuto modo di verificare, in occasione dei precedenti contratti di lavoro a tempo determinato (ed in particolare dei tre contratti cronologicamente più vicini all’assunzione a tempo indeterminato) sia la personalità della P. che le sue capacità professionali, e rilevava che non potevano essere condivise le considerazioni dell’appellata sulla necessità di una nuova verifica della convenienza del contratto.

Per la cassazione di tale sentenza la società ha proposto ricorso con tre motivi.

La P. ha resistito con controricorso.

La società ha depositato memoria ex art. 378 c.P.c.

Motivi della decisione

Con il primo motivo la società ricorrente, nel ribadire la legittimità del patto di prova e la necessità, all’uopo, di una verifica in concreto della funzionalità della prova, lamenta che la Corte di merito ha trascurato di considerare che la P., pur avendo svolto in precedenza le medesime mansioni di portalettere, lo aveva fatto per brevissimi periodi, neppure continuativi, e, soprattutto, presso uffici collocati in realtà territoriali completamente differenti (in Sicilia, mentre l’assunzione a tempo indeterminato riguardava il Comune di Chiari in provincia di Brescia).

Con il secondo motivo la ricorrente, nel riaffermare tale differenza tra le due realtà territoriali rileva che la stessa costituisce senz’altro fatto notorio che non necessitava di alcuna prova.

Con il terzo motivo la società deduce che nei giudizi di merito aveva fatto riferimento agli accordi collettivi sulla scorta dei quali era avvenuta l’assunzione, al comportamento complessivo delle parti stipulanti ed all’art. 20 del ccnl del 2007, elementi tutti che avrebbero dovuto indurre la Corte di merito a confermare la legittimità del patto di prova.

Tutti e tre i motivi connessi fra loro risultano infondati.

Come è stato ripetutamente affermato da questa Corte e va qui ribadito, “il patto di prova apposto al contratto di lavoro mira a tutelare l’interesse di entrambe le parti contrattuali a sperimentare la reciproca convenienza al contratto, sicché deve ritenersi illegittimamente apposto un patto in tal senso che non sia funzionale alla suddetta sperimentazione per essere questa già avvenuta con esito positivo nelle specifiche mansioni e per avere in precedenza il lavoratore prestato per un congruo tempo la propria opera per il datore di lavoro.” (v. Cass. 11-3-2004 n. 5016, Cass. 29-7-2005 n. 15960, Cass. 30-7-­2009 n. 17767). Peraltro, in tale quadro, è stato anche precisato, che “la ripetizione del patto di prova in due successivi contratti di lavoro tra le stesse parti è ammissibile solo se essa, in base all’apprezzamento del giudice di merito, risponda alla suddetta causa, permettendo all’imprenditore di verificare non solo le qualità professionali, ma anche il comportamento e la personalità del lavoratore in relazione all’adempimento della prestazione” (v. Cass. 22-6­2012 n. 10440).

Orbene nella specie la Corte di merito ha rilevato che “la P. prima di essere assunta a tempo indeterminato con contratto del 25-7-2008, contenente la previsione di un periodo di prova, per lo svolgimento delle mansioni di portalettere, aveva già svolto le stesse mansioni, alle dipendenze delle Poste in forza di quattro contratti a tempo determinato, contenenti anch’essi il patto di prova e durati sino alla loro scadenza naturale”, per cui “le Poste avevano già avuto modo di verificare, in occasione dei precedenti contratti … (ed in particolare dei tre contratti, cronologicamente più vicini all’assunzione a tempo indeterminato), sia la personalità della P. che le sue capacità professionali”.

Tale accertamento di fatto, conforme a diritto e sorretto da congrua motivazione, resiste alla censura della società, che del resto, in sostanza, si risolve in una inammissibile richiesta di revisione del “ragionamento decisorio” della Corte di merito (v., fra le altre, Cass. 7-6-2005 n. 11789, Cass. 6-3-2006 n. 4766, Cass. 7-1-2014 n. 91).

In particolare sul primo e sul secondo motivo, riguardanti entrambi la pretesa rilevanza della diversa realtà territoriale, va rilevato che la Corte territoriale, con accertamento di fatto congruamente motivato, ha affermato che la tesi della diversità delle mansioni a seconda delle realtà territoriali “appare oltre che poco credibile (pare potersi ragionevolmente affermare che le mansioni di portalettere siano le stesse in tutta Italia), priva di supporto probatorio (nessuno specifico elemento è stato infatti dedotto, per dimostrare la peculiarità del comune di Chiari)”.

D’altra parte è evidente che alcun elemento potrebbe trarsi in ordine ad una tale peculiarità dal semplice fatto notorio (della generica diversità territoriale) invocato dalla ricorrente.

Sul terzo motivo, poi, parimenti infondato, va rilevato che legittimamente e correttamente la Corte di merito ha rilevato: che l’art. 20 del ccnl “si riferisce alla prima assunzione”; che “non risulta da alcuna parte che le parti collettive abbiano previsto l’obbligatorietà del patto di prova, anche nel caso di precedente stipulazione di contratti a termine; che “il ccnl non può comunque derogare agli artt. 1325 e 1418 c.c., i quali richiedono la causa come requisito del contratto e fanno discendere, dalla mancanza della causa, la nullità”.

In definitiva la ricorrente propone, quindi, una lettura diversa del ccnl e degli accordi intervenuti, che oltre a non trovare fondamento negli stessi, sarebbe in ogni caso illegittima.

Il ricorso va pertanto respinto e la ricorrente, in ragione della soccombenza, va condannata al pagamento delle spese in favore della P.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la società a pagare alla P.t spese liquidate in euro 100,00 per esborsi e euro 3.500,00 per compensi, oltre spese generali e accessori di legge.