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Sanità, Ispe: in Sicilia mafia e sprechi sono costati 300 milioni di tasse in più

PALERMO. «Sprechi, inefficienze e corruzione costano ogni anno all’Italia 23 miliardi di euro: la malasanità ci costa in pratica l’equivalente di una finanziaria. È anche per queste ragioni che la Sicilia affonda. Anni di infiltrazioni mafiose, incompetenza e malcostume, hanno fatto sì che gli abitanti dell’Isola abbiano pagato 300 milioni di euro in più per ripianare i conti in rosso. Hanno versato le massime aliquote possibili per avere dei servizi sanitari spesso scadenti e inadeguati». Francesco Macchia, presidente dell’Istituto per la promozione dell’etica in Sanità, fotografa i costi della corruzione con tinte molto livide. Una valanga di sprechi e compravendite vergognose, diligentemente annotate sul Libro bianco dell’Ispe.
Presidente, ma davvero la corruzione sanitaria ci costa ogni anno quanto una manovra?

«Sprechi, inefficienze e corruzione sono costati all’Italia 23 miliardi di euro soltanto nel 2014: per colpa della malasanità buttiamo dalla finestra ogni anno una cifra enorme, equivalente al costo di una finanziaria. La maggior parte di queste somme viene bruciata in spese inutili e cattiva gestione, di cui le tangenti sono spesso il catalizzatore: per restare all’ambito sanitario, le indebite dazioni ci costano cinque miliardi di euro ogni anno che si riflettono in disservizi, meccanismi opachi e livelli di assistenza scadenti».

Le nomine di natura politica hanno nella faccenda un ruolo chiave. Non è il momento di «separare le carriere» come propone Marco Cappato?

«È la battaglia più difficile da affrontare: le Regioni oppongono in materia una strenua resistenza perché ne fanno una questione fiduciaria, non necessariamente leggibile in chiave politica. Sostengono che il budget per la Sanità rappresenta l’80 per cento delle risorse disponibili, e che la gestione delle stesse deve essere dunque demandata a uomini di fiducia. In ragione di questa obiezione, ogni tentativo di disancorare le nomine dalle logiche della lottizzazione, si è regolarmente infranto nel muro della Conferenza Stato-Regioni. La logica ha dato qualche volta positivi riscontri nelle Regioni più virtuose. Ma c’è da chiedersi perché, in nome di questo principio, chi nomina i manager che fanno buchi di bilancio, sono collusi, o si rivelano incompetenti, poi non decade».

Qual è il settore sanitario più colpito dalla corruzione?

«Il settore dove si sperpera la maggior parte dei 23 miliardi l’anno è il procurement, ossia l’acquisto di beni e servizi che rappresenta il 40 per cento del budget sanitario. Gli acquisti ospedalieri dovrebbero avvenire tramite gare indipendenti, ma nella pratica si fanno spesso gare non necessarie ex ante per materiali che sono in realtà già stoccati. Spesso ci si imbatte anche in procedure non corrette, che vedono nel meccanismo della chiamata diretta un grande classico: si aggirano le gare adducendo la tipica giustificazione dell’unico produttore. Altro punto dolente è che spesso non c’è nessuna verifica sull’esecuzione del servizio. In nome della logica del massimo ribasso, il vincitore della gara ad esempio può offrire nella realtà la metà dei pasti che si era impegnato a garantire, perché sa che nessuno farà mai un controllo. Ma non finisce qui».

Quali sono gli altri terreni di coltura dei fenomeni corruttivi?

«Anche se in maniera ridotta, c’è corruzione anche in ambito farmaceutico, dove si registra il fenomeno della sovraprescrizione e quello del comparaggio che lega talvolta in maniera indebita medici e aziende in nome di reciproci vantaggi economici. E c’è poi, in particolare in Sicilia e nel Lazio, la piaga della sanità privata e delle sovrafatturazioni che vede nell’Ospedale Israelitico di Roma il caso di scuola. Per ragioni economiche, molte strutture private mettono nero su bianco dati fasulli per avere rimborsi maggiorati».
Il tema chiama in causa liste d’attesa dai tempi fantascientifici, anche in Sicilia.

«La questione delle prestazioni intramoenia ed extramoenia è un nodo fondamentale. Molti medici fingono di fornire le loro prestazioni in ospedale, ma poi ne operano al di fuori: la conseguenza è che si verificano disservizi e disparità tra i cittadini. I controlli in materia sono pressoché inesistenti: per arginare il fenomeno occorre una stretta immediata».
In tema di sprechi, una domanda ormai annosa: abbiamo finalmente stabilito quanto deve costare una siringa?

«Alla fine ce l’abbiamo fatta: il costo standard della siringa ormai esiste. Il problema è però che presenta problemi di applicabilità. La spesa è spesso riferita a dispositivi medici che sono di difficile classificazione. Ciascun device presenta delle particolarità che rendono difficile stabilire un costo medio. Le fluttuazioni del prezzo consentono una certa discrezionalità, ma la vera questione è che dai costi standard non possiamo attenderci altri grandi margini di risparmio. Il problema è nelle gare che spesso vanificano il principio del costo standard».
Quanto incide la corruzione sulla qualità della sanità siciliana?

«Avremo dati scorporati sui quali riflettere compiutamente il prossimo anno. Ma è probabile che ne vedremo delle belle: l’alta incidenza della corruzione sulla qualità delle prestazioni sanitarie nell’Isola è sotto gli occhi di tutti. I siciliani pagano 300 milioni di euro di tasse in più per via del Piano di rientro. Le aliquote Ira e Irpef sono al massimo per via del deficit, ma le prestazioni sono spesso insufficienti e inadeguate. Se per un verso ci sono centri di eccellenza straordinari come l’Ismett, la Sicilia sconta d’altra parte anni di infiltrazioni mafiose nel settore: non è facile per nessuno riuscire a rimettere ordine in breve tempo. Nell’impresa si è cimentata con forza Lucia Borsellino: il suo trasferimento è in questo senso un pessimo segnale. Tagli e blocchi del turnover incidono molto, ma se ci si decidesse a contrastare davvero la corruzione, in Sicilia come altrove, le cose potrebbero migliorare di molto».

Tra esecutivo e governatori c’è un’accesa disputa sui tagli. È solo una questione di risorse, o le Regioni possono darsi da fare per eliminare gli sprechi?
«Gli spazi per una razionalizzazione della spesa sono ancora ampi. Ma la vera questione è che le risorse che si recuperano in sanità, devono restare in sanità. Gli investimenti mancanti in tecnologia e innovazione e il blocco del turnover produrranno presto danni evidenti per tutti i cittadini, se le risorse non sono adeguate ai bisogni».

Su queste pagine, il professor Vannucci ha spiegato che il tasso di corruzione è elevatissimo, perché quasi tutti i soggetti coinvolti sanno di non arrivare mai a condanna. Vero anche per la sanità?

«È una verità ancora più autentica per il settore sanitario: spesso la prescrizione consente quasi a tutti di farla franca. Colletti bianchi condannati, si contano sulla punta delle dita. Una regola che investe in particolar modo la sanità, dove i fenomeni corruttivi si svolgono spesso al riparo della burocrazia e dell’elusione delle regole. L’assenza di controlli e le procedure scorrette non consentono il controllo dal basso verso l’alto producendo una forte asimmetria di informazione tra ciò che sa il medico e ciò che può conoscere il paziente. Per la salute si è disposti a tutto: chi ha il potere di tenere in pugno la vita di una persona, approfitta spesso della disperazione e del bisogno».

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