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Lavoro: quanto conta la reputazione digitale?

In un mondo in cui LinkedIn ha sostituito il CV e le banche dati online sono succursali delle Risorse Umane, ogni azione compiuta in rete, soprattutto se pubblica, ha potenziali ripercussioni sulla sfera lavorativa. In positivo e, spesso, in negativo, se pensiamo ai diversi casi di licenziamento e cause legali per affermazioni che dipendenti o datori di lavoro hanno espresso a mezzo social.

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La attività online sono diventate il biglietto da visita 2.0, e anche se le reti di contatti personali restano un elemento chiave per la ricerca di lavoro, ogni attività svolta in Internet può avere un peso per quella da svolgere in ufficio. Un nesso sempre più evidente, che Adecco ha cercato di misurare attraverso la quinta edizione di Work Trends Study, una ricerca svolta in collaborazione con l’Università Cattolica di Milano, condotta a livello internazionale su 26 Paesi, e che in Italia ha coinvolto 2.742 candidati e 143 recruiter.

Secondo lo studio l’uso dei social network per colmare il gap occupazionale e trovare un impiego è in aumento, sia da parte di chi cerca (vale per l’80% dei candidati) sia per chi recluta.

L’incremento vale soprattutto dal lato dei secondi, per i quali l’anno prima il dato si fermava al 19% e l’anno prossimo si prevede tocchi invece il 71%.

È in particolare la cosiddetta web reputation (la reputazione digitale) a essere nel mirino delle aziende. Un recruiter su tre ha escluso profili per via dei social, nello specifico per pubblicazione di contenuti o foto improprie (35% rispetto ai 25,5% dello scorso anno e al 12% del 2013).

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L’80% delle attività di ricerca di lavoro inoltre viene svolta in Internet, ma benché le bacheche di annunci online (53%) e le sezioni dedicate dei siti aziendali (32%) ricoprano ancora un ruolo predominante, cresce l’uso dei social. LinkedIn viene infatti usato a scopo professionale dai candidati nel 54,1% dei casi (41% nel 2014) e anche Facebook sale al 26,7% (dal 23% del 2014). Lo stesso vale per il recruiting, con LinkedIn a quota 88,2% (rispetto al 59% di un anno fa) e Facebook a 27,8%.

I cacciatori di teste sfruttano il web principalmente per cercare candidati passivi (78,3%), verificare i CV ricevuti (75,5%) e la rete del candidato (67,1%), i candidati invece per cercare lavoro (51%), diffondere il proprio CV (50%) e creare o coltivare la propria rete professionale (49,2%), oltre che per controllare le pagine di potenziali datori di lavoro (47%).

A trovare occupazione grazie ai social network è l’8,4% dei candidati (+1,4% rispetto al 2014). Chi cerca lavoro, inoltre, lo fa sempre più anche tramite lo smartphone (6 candidati su 10 contro il 40% dei recruiter): un dato in linea con la costante crescita degli aspetti mobile in campo produttivo e delle pratiche di smart working.

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