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Ospedali, diminuiscono i parti cesarei. Ancora troppe piccole chirurgie

Come funzionano gli ospedali italiani? Quali sono quelli che operano di più, quelli dove la mortalità è più bassa, quelli meglio organizzati? A queste domande prova a rispondere il Pne, Programma nazionale esiti, di Agenas, l’agenzia delle Regioni d’Italia, che ha aggiornato con i dati del 2014 il suo grande database sulla sanità. Difficile dare un giudizio generale, perché ogni ospedale fa storia a sé e nel nostro Paese ci sono le eccellenze e ci sono centri con grandi problemi. Comunque, si può dire che in generale si vede un progressivo miglioramento, in particolare nella chirurgia e nell’ortopedia. “In sanità non esistono cambiamenti repentini e rapidi, ma i dati 2015 – dice il direttore di Agenas, Francesco Bevere – evidenziano che gli strumenti di valutazione migliorano la qualità dell’assistenza sia a livello del singolo ospedale, sia a livello regionale. E incoraggiano quel dinamismo culturale, organizzativo, procedurale necessario a garantire l’efficacia, la sicurezza, la qualità delle cure erogate”.

La percentuale di parti cesarei scende al 25,7% a livello nazionale (era 28,3% nel 2010). A tenere alto il dato è la Campania, dove certe cliniche hanno oltre il 90% dei cesarei. In numeri assoluti, il calo si traduce in 32.000 cesarei primari evitati ad altrettante donne negli ultimi 4 anni, con conseguente minor rischio di un successivo parto chirurgico. Riguardo alle fratture del collo el femore, quelle operate entro 2 giorni, cosa fondamentale per evitare problemi post-operatori agli anziani che vengono colpiti da questo problema, è adesso intorno al 50%; dato molto più basso dello standard internazionale che supera l’80%.

Gli infarti trattati con angioplastica coronarica (Ptca) entro 2 giorni sono passati dal 32% del 2010 al 41% del 2014. Si osserva una minore variabilità interregionale e una maggiore variabilità all’interno di una stessa regione, con valori per struttura ospedaliera che variano dallo 0,7% a un massimo del 91%. Per la prima volta il Piano nazionale esiti raccoglie e analizza i dati relativi a questo tipo di intervento: si è passati dal 35% del 2010 al 45% del 2014. Il dato, anche in questo caso, varia sia all’interno delle regioni che tra le stesse, con valori mediamente più bassi al Sud. Meno della metà degli ospedali italiani raggiunge la soglia minima del numero di ricoveri per tumori fissata dalle linee guida internazionali.

Un dato collegato con la qualità delle cure, dal momento che più sono i ricoveri ogni anno più ci si avvicina a standard qualitativi ottimali. Per l’intervento chirurgico per il cancro al seno, la soglia minima considerata è 150 interventi l’anno e nel 2014 solo il 26% delle strutture ospedaliere presentano volumi di attività superiori a questa soglia, corrispondenti tuttavia a circa il 70% dei pazienti. Valori bassi anche per il tumore allo stomaco: la soglia di almeno 20 ricoveri annui viene superata solo dal 30% delle strutture, corrispondenti al 59% dei pazienti. Quanto alla chirurgia per cancro al colon, il limite minimo di 50 ricoveri annui è raggiunto dal 29% delle strutture, corrispondenti al 68 per cento dei pazienti. Va meglio per il tumore al polmone, branca in cui il 45% degli ospedali effettuano più dei 50 ricoveri annui prescritti.

“Dal Programma esiti escono due indicazioni, una positiva, perche andiamo verso un trend di miglioramento, oltre al fatto che, a seguito dell’implementazione del pne abbiamo avuto audit interni. Altro aspetto è quello preoccupante perché persiste un divario troppo forte tra le regioni del Nord e Sud. Per questo dobbiamo focalizzate tutto il nostro lavoro, concentrarci sul rispetto dei Lea nel centro sud Italia. È un obiettivo da cogliere e abbiamo già iniziato in Legge di Stabilità”, dice il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin: “Il nostro obiettivo per il prossimo anno è un lavoro di sinergia sempre più forte. Dobbiamo aumentare gli indicatori del
Pne e ampliarli. Dobbiamo mettere, inoltre, tutti i dati in un unico grande cloud che ci permetterà di analizzarli con sempre maggiore precisione. Abbiamo già avuto un salto di qualità incredibile nell’ultimo anno e mezzo sui dati, e spero che il prossimo anno passeremo ad una fase 2.0 reale. I compiti per il 2016 sono molto ambiziosi ma non ho particolare timore perche siamo passati ad una fase dove ai lavora in team e non più a compartimenti stagni”.

Il presidente della Fiaso, federazione delle Asl, Francesco Ripa di Meana, aggiunge: “A prescindere dai trend comunque in deciso miglioramento, del Piano nazionale esiti non si può che dir bene anche solo per il fatto stesso di esistere. I dati raccolti dal Piano sono uno strumento prezioso per le Aziende sanitarie, perché offrono una mole di informazioni che sono di stimolo alla riorganizzazione della rete ospedaliera”.

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