Federazione Sindacati Indipendenti

Dipendente, assenze massicce, dimissioni, straordinario, incentivo vendite

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Sentenza 8 gennaio – 10 marzo 2015, n. 4773

(Presidente/Relatore Macioce)

Svolgimento del processo

P.D., dipendente della soc. Foot Locker, la ha convenuta innanzi al Tribunale Giudice del Lavoro di Torino sull’assunto di aver prestato, per il periodo di suo lavoro dal 4.09.2001 al 20.04.2004, consistenti entità di lavoro straordinario mai retribuito, di aver svolto mansioni implicanti maneggio di denaro, senza percepire la prevista indennità, di aver prestato lavoro nelle domeniche, di aver anche subito comportamenti di “bossing” da parte dei superiori che lo avevano indotto a dimissioni invalide e di aver pertanto maturato crediti per le somme che precisava.

Costituitasi la società, denegante fondatezza alle pretese, il Tribunale adito accolse in parte la sola domanda afferente il lavoro straordinario condannando quindi la soc. Foot Locker a pagare € 6.697,00 oltre accessori per compenso per straordinario e per compenso dell’incentivo alle vendite.

La Corte di Torino, con sentenza 14.12.2007, ha accolto l’appello della società ed ha pertanto respinto le domande del lavoratore, affermando in motivazione:

che nel ricorso il P. aveva esposto le entità orarie prestate presso i negozi Foot Locker dei centri Le Gru, Le Fornaci, il Lingotto ed Auchan che, alla udienza 5.1.2006, erano state con deposito di conteggio drasticamente ridimensionate, escludendosi il periodo di lavoro presso il negozio Auchan;

che il contrasto tra le versioni testimoniali rese al primo giudice aveva indotto il Tribunale ad escutere d’ufficio altri testi non indicati, i quali, però, in ragione della loro cessazione dal lavoro nulla avevano rammentato ovvero, per altro verso, avevano fornito versioni in palese contrasto tra loro e palesemente compiacenti;

che la situazione di incertezza derivante dal compendio testimoniale non poteva gravare altri che sul lavoratore onerato della prova del suo asserto;

che i testi ” F., A., S. (per il periodo presso il centro Le Gru), avevano escluso la prestazione straordinaria;

che la teste S. (per il centro Le Fornaci) nulla aveva potuto precisare sulla prestazione lavorativa del P.;

che per il lavoro al centro del Lingotto anche i testi L. e G. avevano fornito un quadro dal quale non emergeva affatto la prova dello straordinario;

che pertanto in difetto di alcuna prova rigorosa ed impossibile essendo il ricorso alla equità, si doveva negare ingresso alla domanda;

che neanche era fondata la domanda diretta alla corresponsione degli incentivi alle vendite, essendo emerso che, erogati detti compensi tra gennaio ed ottobre 2003, i presupposti della loro erogazione erano venuti meno con il novembre 2003 in coincidenza con le sue massicce assenze dal lavoro.

Per la cassazione di tale sentenza P. ha proposto ricorso il 15.12.2008, articolato su tre motivi, resistito da controricorso 20.01.2009 della soc. Foot Locker.

Motivi della decisione

Ritiene il Collegio, il quale ha disposto la redazione della presente decisione in forma semplificata, che la sentenza impugnata sia immune dalle censure ad essa rivolte e che pertanto il ricorso meriti reiezione.

Primo motivo: violazione dell’art. 116 c.p.c. per non aver apprezzato con prudenza le deposizioni né evidenziato le loro maggiori o minori capacità persuasive, quindi pervenendo alla doverosa scelta senza ridurre la propria opzione alla adozione del canone valutativo dell’onere probatorio. Ritiene il Collegio che il principio proposto, di doverosa ineludibile opzione tra le contrastanti versioni testimoniali, non abbia consistenza.

Va invece ribadito quanto da questa Corte affermato (Cass. 3468 del 2010), e cioè il principio per il quale, qualora il giudice del merito ritenga sussistere un insanabile contrasto tra le deposizioni testimoniali sui fatti costitutivi della domanda, e qualora siffatto convincimento venga fondato non sul rapporto numerico dei testi, ma sul dato oggettivo di detto contrasto, tale da essere considerato come ostativo al raggiungimento della certezza necessaria alla decisione e, qualora, con valutazione congruamente motivata, quel giudice reputi non superabile il contrasto sulla scorta delle ulteriori risultanze istruttorie (documentali), inidonee a dimostrare la fondatezza della domanda, la conseguente insufficienza del quadro probatorio non può che ricadere in danno della parte sulla quale grava l’onere della prova, comportando, conseguentemente, il rigetto della domanda da questa proposta.

La Corte di Torino ha compiuto proprio tale valutazione e la ha congruamente e logicamente motivata, sì chè la censura appare non condivisibile.

Secondo motivo: esso lamenta la disattenzione per le buste paga in ordine alla pretesa agli incentivi, dal cui miglior esame sarebbe emerso, smentita la ostatività indotta dalle numerosissime assenze, il buon diritto a percepirli: il motivo, certamente inammissibile per carenza di autosufficienza nella trascrizione documentale e per assenza della necessaria sintesi conclusiva (ratione temporis esigibile per detta censura), è comunque affatto privo di rilevanza, posto che la Corte non ha affatto escluso il presupposto per l’incentivo sulla base di una supposta assenza continuativa dal lavoro ma ha solo desunto dal consistente numero di assenze argomento ulteriore per escludere la ricorrenza di quel presupposto e cioè il “coinvolgimento” nelle mansioni di vendita.

Terzo motivo: esso lamenta violazione degli artt. 2697 c.c. e 432 c.p.c.: contesta che la Corte di Torino, a differenza dei primo giudice, non abbia fatto ricorso a presunzioni semplici. La censura appare priva di alcuna consistenza, avendo mancato di indicare quali sarebbero i fatti certi sui quali costruire il ragionamento inferenziale in termini di univocità e non contraddizione. Del resto, non si scorge come potrebbesi ritenere dovuta l’assunzione di alcun elemento probatorio al rango di elemento dotato di univocità in un quadro di insindacabilità della scelta di merito da parte del giudice (Cass. 13054 del 2014) e men che meno come potrebbesi ritenere dovuta la stessa adozione della presunzione semplice, che è ovviamente frutto di scelta insindacabile sia che venga adottata sia che non venga ritenuta possibile (Cass. 19833 del 2014)

Su tali premesse, dunque, il ricorso va respinto con la condanna del ricorrente alla refusione delle spese del giudizio.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alla refusione delle spese di giudizio in favore della contro ricorrente, che determina in € 3.00 per compensi, € 100 per esborsi ed il 15% di spese generali sui compensi, oltre ad accessori di legge.