Federazione Sindacati Indipendenti

Licenziamento, illegittimità, danno morale, reintegrazione, provvedimento d’urgenza

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Sentenza 13 marzo 2015, n. 5082

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MACIOCE Luigi – Presidente –

Dott. D’ANTONIO Enrica – Consigliere –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. GHINOY Paola – Consigliere –

Dott. DE MARINIS Nicola – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 20530/2012 proposto da:

A.A.M. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA DEI GIURECONSULTI 26, presso lo studio dell’avvocato GUSTAVO MARIA FELLI, rappresentata e difesa dall’avvocato SPADAVECCHIA Pierluigi giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

COMUNE di SANTA VITTORIA IN MATENANO in persona del Sindaco pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, LUNGOTEVERE FLAMINIO 44, presso lo studio dell’avvocato MARTA LETTIERI, rappresentata e difesa dall’avvocato GIROTTI Maria Vittoria giusta procura a margine del ricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 741/2011 della CORTE D’APPELLO di ANCONA del 16/09/2011 depositata il 21/09/2011; RG 510/10;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 20/11/2014 dal Consigliere Relatore Dott. NICOLA DE MARINIS;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CERONI Francesca, che ha concluso per inammissibilità e in subordine per il rigetto.

Svolgimento del processo

Con sentenza del 24 settembre 2011, la Corte d’Appello di Ancona, si pronunziava sul gravame proposto dal Comune di Santa Vittoria in Matenano avverso la decisione del Tribunale di Fermo di accoglimento delle domande tutte proposte nei confronti del predetto Ente dalla dipendente A.A.M. statuendo in termini confermativi della sentenza impugnata, in ordine alla declaratoria di illegittimità del licenziamento intimato, e, viceversa, in riforma della stessa, il rigetto della domanda relativa al riconoscimento del danno non patrimoniale dedotto dalla dipendente nel ricorso introduttivo quale conseguenza del recesso.

La pronunzia di conferma della declaratoria di illegittimità del recesso discende dall’aver la Corte territoriale escluso, in relazione alla motivazione del licenziamento data dall’addebito di pervicace conflittualità nei confronti del datore di lavoro con riferimento ad iniziative giudiziarie avverso gli amministratori comunali, la ricorrenza dell’invocata giusta causa per essere nel pieno diritto del dipendente invocare la tutela giudiziaria cosicchè un tale comportamento, anche in caso di eventuale soccombenza e salvo che esso non dia luogo ad addebiti ulteriori ed autonomi, quali l’essere egli incorso in condotte calunniose o diffamatorie, non legittima il datore a risolvere il rapporto di lavoro ciò configurando ritorsione o inammissibile rivalsa; di contro, il rigetto della domanda di risarcimento del danno ulteriore è motivato in base alla considerazione che, se pure il danno sussiste ed è riconducibile al rapporto lavorativo, in ragione dell’evidente sofferenza del rapporto e delle parti conseguente ad un conflitto acceso, accanito e rilevante, esso non può riferirsi alla specifica vicenda del licenziamento per essersi questa risolta con pronta reintegrazione in forza di provvedimento di urgenza.

Per la cassazione di tale decisione ricorre A.A.M., affidando l’impugnazione a tre motivi, cui resiste, con controricorso, il Comune di Santa Vittoria in Matenano.

Motivi della decisione

Con il primo motivo la ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 54 c.p.c., lamentando l’abnormità del provvedimento assunto dalla Corte territoriale nel procedere d’ufficio alla fissazione d’udienza per la prosecuzione del giudizio interrotto a seguito della presentazione dell’istanza di ricusazione laddove la legge richiede l’iniziativa di parte attraverso la riassunzione entro il termine di sei mesi.

Il motivo deve ritenersi inammissibile per difetto di interesse, conseguendo l’atto, anche con congruo anticipo, lo scopo perseguito dalla ricorrente di dar corso alla prosecuzione del giudizio.

Del tutto infondato è poi il secondo motivo del secondo ricorso con cui, nel denunciare l’omessa pronunzia della Corte territoriale in ordine all’eccezione di nullità del ricorso per mancato rispetto dei termini a difesa, la ricorrente lamenta la violazione dell’art. 24 Cost., per aver ricevuto, oltre il termine di dieci giorni assegnato dalla Corte d’Appello di Ancona al Comune di Santa Vittoria in Matenano, la notifica del decreto di anticipazione dell’udienza di comparizione delle parti per la prosecuzione del giudizio a seguito dell’ordinanza di rigetto dell’istanza di ricusazione ciò in quanto, essendo la notifica avvenuta in data 28 marzo 2011, rispetto alla data dell’8 luglio 2011 di fissazione dell’udienza predetta ed essendo, ai sensi dell’art. 435 c.p.c., comma 3, il termine di garanzia per la costituzione dell’appellato previsto in non meno di venticinque giorni dalla data dell’udienza, nessun vulnus al proprio diritto di difesa può dirsi subito dalla ricorrente.

Quanto al terzo motivo, con cui, deducendo il vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione, la ricorrente lamenta, in relazione alla statuizione di rigetto della domanda concernente il riconoscimento del danno non patrimoniale che assume derivato dal licenziamento illegittimamente intimatole, l’omessa considerazione dell’incidenza del licenziamento quale causa di aggravamento della condizione patologica, pur riconosciuta sussistente, in relazione alla pregressa vicenda lavorativa percepita dalla ricorrente in termini di mobbing e come tale indicata quale causa petendi dell’azione risarcitoria in precedenza intentata senza esito contro l’Ente datore il quale, a sua volta, l’aveva posta a fondamento del recesso in questione, se ne deve ritenere l’infondatezza.

In effetti la ricorrente si limita all’apodittica affermazione dell’efficienza causale del licenziamento come fonte di danno non patrimoniale in una prospettiva intesa a valorizzare il provvedimento come l’ennesimo comportamento mobbizzante tenuto dall’Ente datore. In tal modo la censura si limita alla mera contrapposizione senza formulare specifiche censure sul piano logico e giuridico, alla valutazione della Corte territoriale, il cui esito, teso ad escludere l’incidenza del licenziamento sulla condizione patologica della ricorrente, plausibilmente deriva dalla valorizzazione della tempestiva rimozione del provvedimento e dei suoi effetti a seguito del giudizio d’urgenza promosso dalla ricorrente, e si inquadra in una considerazione del fatto lesivo-licenziamento la cui logicità risulta sorretta dalla precedente valutazione di non illiceità dei comportamenti dell’Ente datore dalla ricorrente percepiti come mobbizzanti e fonte della sua condizione patologica, discendendone altrimenti il riconoscimento, almeno prò quota, di un danno risarcibile viceversa escluso in altro giudizio.

Il ricorso va dunque rigettato.

Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, che liquida in Euro 100 per esborsi ed Euro 3.000,00 per compensi, oltre spese generali nella misura del 15% e accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 20 novembre 2014.

Depositato in Cancelleria il 13 marzo 2015