Federazione Sindacati Indipendenti

Lunga assenza dal lavoro, ma la patologia professionale salva il dipendente

Lunghissimo periodo a casa per il lavoratore. A causarlo anche una patologia oculistica di natura professionale. Ciò comporta un riconteggio delle assenze. E, di conseguenza, l’esclusione del superamento del cosiddetto ‘comporto breve’. Vittoria per il dipendente, che vede dichiarato illegittimo il licenziamento deciso dall’azienda e ottiene risarcimento e 15 mensilità (Cassazione, sentenza 22823/15).

Il caso

Chiarissima l’ottica adottata dai giudici d’Appello. Una parte delle «assenze indicate nella lettera di licenziamento per superamento del periodo di comporto» era riconducibile a una «patologia oculistica» di «natura professionale». Per questo motivo, fatti i dovuti conteggi, è emerso che il dipendente, colle proprie assenze, non ha «superato» la soglia dei «12 mesi». Tutto ciò ha spinto i giudici di secondo grado a ribaltare le valutazioni compiute in Tribunale. Di conseguenza, viene ritenuta evidente la «illegittimità del licenziamento» deciso dall’azienda, ora condannata a provvedere al «risarcimento del danno» a favore del lavoratore e, allo stesso tempo, a versargli «quindici mensilità dell’ultima retribuzione».

Ora la visione tracciata in Appello viene condivisa dai giudici della Cassazione. Questi ultimi, difatti, ritengono decisivo il fatto che «determinati periodi di assenza, quali quelli per infortunio e per malattia professionale, non potevano essere ai fini del computo del periodo di comporto». Ciò fa emergere, numeri alla mano, il «mancato superamento del periodo di comporto». Nessuna ‘via di fuga’, quindi, per l’azienda. Che, peraltro, vede confermato il doppio obbligo a suo carico: «risarcimento del danno» e «15 mensilità» da versare al lavoratore, che ha scartato l’ipotesi della «reintegra». Su questo fronte, peraltro, i giudici del ‘Palazzaccio’ condividono la valutazione compiuta in Appello: non vi è «incompatibilità tra la condanna al pagamento delle 15 mensilità, in sostituzione della reintegra, e quella al risarcimento del danno, nella misura della retribuzione globale di fatto dovuta dal giorno del licenziamento a quello del deposito del ricorso» in secondo grado. E, va aggiunto, è irrilevante anche il richiamo, proposto dall’azienda, alla «erogazione, da parte del lavoratore, di una rendita erogatagli dall’INAIL».

Fonte: www.dirittoegiustizia.it