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Mobbizzata sul lavoro al rientro della maternità? Nove anni di processi non sciolgono il dubbio

Nove anni di processi per discutere se essere costretta a stare per ore su una sedia a fare nulla, e poi confinata in un box di cartone a svolgere mansioni dequalificanti possa chiamarsi mobbing, ed essere per questo un reato. E’ quello che avrebbe subito Caterina Mafrici che nel 2007 aveva denunciato le umiliazioni subite al rientro in fabbrica dalla maternità, sollevando un caso che aveva fatto discutere ed era diventato nazionale. Ma ancora i giudici non hanno pronunciato un verdetto definitivo, sebbene i fatti siano emersi già con chiarezza, e ora nei confronti dei suoi ex datori di lavoro, Vittorino Montini e la figlia Simona, titolari della Stac Plastic di Settimo, azienda che produce spray per auto, si sta svolgendo un secondo processo d’appello che è stato rinviato a ottobre per la discussione e la sentenza.

I fatti denunciati dalla dipendente avevano fatto scalpore, tanto da sollevare, all’epoca, un’interrogazione parlamentare: dopo la sua seconda gravidanza, e aver usufruito di un periodo di congedo per maternità durato un anno, la donna era rientrata a lavorare, il 12 febbraio 2007 senza tuttavia che le fossero riassegnate le precedenti mansioni. La sua postazione non c’era più, e le avevano indicato una sedia nel corridoio di un magazzino, sulla quale doveva stare seduta a fare niente. Intere giornate trascorse nell’inedia assoluta. Poi, quando le erano state delle cose da fare, l’avevano messa in una postazione isolata dagli altri e circondata da barriere di cartone, a svolgere però lavori considerati dequalificanti, rispetto a quelli svolti prima della gravidanza, come controllare la foratura di bombolette, oppure riconteggiare pezzi già contati. Infine era stata licenziata.

Caterina Manfrici aveva denunciato il suo disagio rivolgendosi allo sportello mobbing del sindacato Cgil, e poi ai giornali. In sede civile aveva riottenuto il posto di lavoro, ma nel frattempo era cominciato anche il processo penale per i suoi datori di lavoro che non si è ancora concluso. Vittorino e Simona Montini erano stati condannati in primo grado a un anno e due mesi e a 9 mesi di carcere, e un risarcimento di 50 mila euro. Poi, assistiti dall’avvocato Luca Della Torre, erano stati assolti in appello: i giudici avevano stabilito che non si era trattato di mobbing, e non era stato commesso un reato, perché, equiparando il mobbing al reato di maltrattamenti nel nostro codice penale, per essere contestato l’azienda avrebbe dovuto essere di tipo “parafamiliare”, mentre la lavoratrice non sarebbe stata in un rapporto di “soggezione”. Anzi, rivolgendosi ai sindacati e ai giornali non avrebbe mostrato un atteggiamento da vittima: “I comportamenti che hanno determinato il suo pur illegittimo licenziamento – avevano sostenuto i giudici nelle motivazioni – sono indicativi della mancanza di ogni timore della Mafrici nei confronti dei Montini, avendo scattato fotografie all’interno dello stabilimento”.

Inoltre la Corte “bacchettava” il comportamento tenuto dalla dipendente: “Rientrata a lavorare il 12 febbraio del 2007 in seguito alla seconda gravidanza, aveva lavorato dieci giorni (60 ore), ne aveva fatte 20 di assenza, riprendendo il lavoro il 16 aprile e dopo soli due giorni era comparso il primo articolo di giornale che aveva costituito lo spunto per la formulazione di un’interrogazione parlamentare rivolta
ai Ministri del lavoro, della previdenza sociale e della salute”.

La Cassazione non ha però confermato il verdetto e ha rimandato gli atti in appello per un nuovo processo. “Ora è stata fatta una nuova perizia – ha spiegato l’avvocato Marco Ottino che assiste la vittima – che ha dimostrato un nesso causale fra le condotte subite e lo stato ansioso con disturbi da sindrome post traumatica da stress. Aspettiamo la sentenza fiduciosi”.

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