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Telelavoro per il 10% degli statali Così cambieranno gli uffici pubblici

ROMA Almeno il 10% dei dipendenti pubblici, se lo chiederà, dovrà essere messo nelle condizioni di lavorare da casa, o comunque da fuori ufficio. L’obiettivo dovrà essere raggiunto entro tre anni dall’entrate in vigore delle nuove regole. E, per chi sceglierà questa strada, ci dovranno essere tutte le garanzie di non subire «penalizzazioni ai fini del riconoscimento di professionalità e delle progressione di carriera».

Spinge anche sul telelavoro la bozza «Top secret» del governo sul nuovo testo unico del pubblico impiego. Il provvedimento è lo stesso che prevede il licenziamento, dopo due anni, dei lavoratori dichiarati «eccedenze» rispetto alle «esigenze funzionali o alla situazione finanziaria» dalle singole amministrazioni. E che elimina per sempre il meccanismo degli scatti di stipendio, sostituendolo con una valutazione anno per anno che può portare a «premiare» non più di un lavoratore su cinque.

La «conciliazione dei tempi di vita e di lavoro» è l’altra faccia della medaglia di un provvedimento che, per il resto, ha messo sull’allarme tutti i sindacati di categoria. Un’altra faccia «buona», che prova a semplificare la vita familiare del dipendente pubblico. Due esempi. Gli uffici potranno stipulare accordi con asili nido e scuole materne, non solo per convenzioni sulle rette ma anche per i centri estivi. Mentre viene allargato a tutti, con la sola eccezione di militari e forze di polizia, la possibilità di ottenere il part time, l’orario di lavoro ridotto. Gli eventuali risparmi sugli stipendi da pagare andranno per il 30% nelle casse dello Stato alla voce «economia di bilancio». Per il resto agli incentivi che potranno essere messi in campo per spostare altri dipendenti da un ufficio all’altro.

Il ministro della Pubblica amministrazione Marianna Madia, che ieri ha incontrato i sindacati sul rinnovo di un contratto fermo ormai da sette anni, ha chiarito i tempi del nuovo testo unico. Se ne parlerà a gennaio, ha detto. Dopo il referendum costituzionale di ottobre, quindi. E dopo una nuova consultazione con i sindacati che a questo punto hanno tempo fino alla metà di settembre per mandare le loro proposte. Sul rinnovo del contratto, nell’incontro di ieri, tutti sindacati hanno chiesto al governo di mettere sul piatto altre risorse rispetto ai 300 milioni di euro stanziati nell’ultima legge di Stabilità. Il ministro ha detto che nuove risorse arriveranno se ci sarà sviluppo, confermando l’intenzione di non seguire più la strada degli incentivi a pioggia.

Il governo ribadisce l’intenzione di privilegiare i redditi più bassi. Ma è stata definitivamente archiviata la soglia dei 26 mila euro lordi l’anno circolata nelle settimane scorse. Se gli aumenti fossero davvero concentrati al di sotto di quella soglia, il rinnovo rischierebbe in molti casi di annullare il bonus da 80 euro, visto che la misura è riservata proprio a chi guadagna meno di 26 mila euro. Per questo è probabile che i nuovi soldi finiscano non ai meno abbienti ma ai premi di produttività.

Il contratto dei dipendenti pubblici è stato congelato nel 2009, all’inizio della stagione dell’austerity. «Oggi – dice Giovanni Faverin, segretario Cisl funzione pubblica – un infermiere, un agente di polizia locale e un funzionario del fisco prendono lo stesso stipendio di 15 anni fa. È questo il vero problema che c’è dietro i consumi che non ripartono e la ripresa che stenta».

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