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Pagamenti, ai fornitori della Pa mancano ancora 65 miliardi

MILANO – Meno debiti “fisiologici”, cioè quelli legati ai tempi di pagamento indicati dai contratti che legano i fornitori alla Pubblica amministrazione, ma una situazione ancora molto tesa per quanto riguarda i debiti che scaturiscono dai veri e propri ritardi nel liquidare le fatture da parte dei committenti pubblici. In tutto, si tratta di 65 miliardi che mancano ancora all’appello sui conti correnti delle imprese che prestano i loro servizi alla Pa.

La ricognizione arriva dalla Cgia di Mestre, che spacchetta in 31 miliardi la componente detta “fisiologica” – ovvero coerente al rispetto dei tempi contrattuali – e in 34 miliardi la quota di debiti legati ai ritardi dei pagamenti. Sul primo versante, come accennato, si registra un miglioramento rispetto all’inizio della crisi (2008), soprattutto grazie alla direttiva europea del 2013 che ha previsto 30 giorni massimi per i pagamenti (con deroghe a 60 per sanità e altri casi), alla quale l’Italia fatica comunque ancora ad adeguarsi. Sul versante dei ritardi veri e propri, il livello dei debiti rimane elevato se pur in dimunizione negli ultimi anni.

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“Anche se a nostro avviso il dato è sottodimensionato – segnala il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia, Paolo Zabeo – dall’ultima stima elaborata dalla Banca d’Italia emerge che i mancati pagamenti della Pa ammontano a 65 miliardi di euro”. Il problema per l’associazione degli artigiani è strutturale. “Secondo Intrum Justitia, che monitora annualmente i ritardi di pagamento di tutte le Pa d’Europa, l’Italia rimane fanalino di coda nella graduatoria dei 27 paesi Ue – prosegue Zabeo – con un tempo medio di pagamento registrato quest’anno di 131 giorni. Un arco temporale più che doppio rispetto al limite fissato da Bruxelles. In altre parole, a differenza di quanto sostiene la Banca d’Italia, noi riteniamo che anche una buona parte di questi 31 miliardi di euro siano ascrivibili alla cattiva abitudine della nostra Pa di pagare con grave ritardo i propri fornitori”. Tanto che Bruxelles ha messo sotto procedura d’infrazione il Belpaese sul rispetto della direttiva.

La Cgia riconosce che “gli ultimi 3 esecutivi che si sono succeduti in questi anni hanno messo a disposizione più di 56 miliardi per abbassare lo stock di pagamenti arretrati”, ma il timore è che le altre richieste provenienti in questo periodo dal tessuto sociale (dai contratti pubblici alle pensioni), e la frenata del Pil distolgano da questo problema: “Non vorremmo che si decidesse, tra le altre cose, di ritardare ulteriormente i pagamenti della Pa. Una prassi, quest’ultima, che fino a qualche anno fa ha consentito a molti esecutivi di recuperare ingenti somme di liquidità, gettando però sul lastrico moltissime imprese”.

 

 

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