Federazione Sindacati Indipendenti

Rapporto lavorativo autonomo o subordinato? Dipende dalle concrete modalità di svolgimento

Tribunale di Milano

Sezione Lavoro

Sentenza 27 gennaio -17 febbraio 2016, n. 230

Sentenza n. 230/2016 pubbl. il 17/02/2016
RG n. 987/2015

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI MILANO

Sezione Lavoro

La dott.ssa Eleonora Maria Velia Porcelli in funzione di giudice del lavoro ha pronunciato la seguente

 
SENTENZA

nella causa iscritta al N. 987/2015 R.G. promossa da:

SANTA LUCIA COOP. SOCIALE S.C.R.L., con il patrocinio dell’avv. DE MONTI CLAUDIA, elettivamente domiciliato presso l’avv. TOSI RICCI ODDI FRANCE, in PIAZZA GRANDI, 3 MILANO

contro

INPS e S.C.C.I. SPA, con il patrocinio dell’avv. MARSICO ANGELA MARIA, elettivamente domiciliato in Piazza Missori, 8/10 20122 MILANO

Oggetto: opposizione ad avviso di addebito

Svolgimento del processo

Con ricorso al Tribunale di Milano, sezione lavoro, depositato in Cancelleria in data 30-1-15, la Santa Lucia Coop. Soc. ha proposto opposizione avverso l’avviso di addebito notificatole in data 23-12-14, con la quale le e’ stato chiesto il pagamento, a favore dell’Inps, dell’importo di € 91.676,16 a titolo di contributi previdenziali omessi relativi al periodo dal settembre 2011 al dicembre 2013; nel merito ha chiesto l’accertamento della natura autonoma e occasionale del rapporto di lavoro intercorso con i lavoratori indicati nel verbale unico di accertamento e notificazione 30-7-14, con conseguente insussistenza della pretesa contributiva.
La societa’ opponente ha eccepito l’incompetenza territoriale dell’organo emittente e ha sostenuto l’infondatezza nel merito della pretesa azionata dall’Inps, per erronea qualificazione del rapporto di lavoro.

Costituendosi ritualmente in giudizio, i convenuti hanno contestato la fondatezza della pretesa avversaria, di cui hanno chiesto il rigetto.

Ammessa ed espletata la prova testimoniale dedotta, il Giudice ha invitato i procuratori delle parti alla discussione orale e ha pronunciato sentenza, dando lettura del dispositivo in udienza.

Motivi della decisione.

Deve innanzi tutto essere superata l’eccezione di incompetenza territoriale dell’organo emittente l’avviso di addebito, vale a dire la Sede Inps di Milano Missori: rileva, infatti, l’opponente che tutti gli accertamenti sono stati effettuati dalla Direzione Territoriale del Lavoro di Piacenza, unitamente a funzionario della sede Inps di Piacenza, cosi’ come la sede dei lavoratori oggetto di accertamento e’ Piacenza, dove i lavoratori medesimi hanno prestato la loro attivita’.

Peraltro i contributi previdenziali oggetto dell’avviso di addebito sono dovuti alla sede Inps di Milano Missori, in quanto la cooperativa opponente ha sede a Milano: l’ufficio competente e’ quindi quello di Milano.

Cio’ premesso, l’opposizione e’ fondata e merita accoglimento.

I crediti oggetto della cartella trovano fondamento nel verbale di accertamento ispettivo del 30-7-14, notificato in data 5-8-14, nel quale, a seguito di accertamenti iniziati in data 20-2-14, e’ stata ritenuta la natura subordinata dei rapporti di lavoro instaurati dalla societa’ opponente con 17 lavoratrici con le quali erano stati stipulati contratti di prestazione d’opera e convenzioni per la regolazione dei rapporti intrattenuti tra settembre 2011 e dicembre 2013.

In base ai principi generali sulla ripartizione dell’onere della prova tra le parti, spettava all’Inps, attore sostanziale nel giudizio di opposizione, di fronte alle contestazioni avversarie, fornire la prova del fatto costitutivo della propria domanda.

Al fine di dimostrare la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato e non autonomo tra la societa’ opponente ed i soggetti sopra specificati, l’opposto ha offerto una prova inadeguata.

Infatti sono stati escussi come testi quattro lavoratori indicati nel verbale, i quali non hanno confermato le circostanze contenute nella memoria di costituzione.

La teste Dzina Ganna, premesso di aver avuto rapporti con la Cooperativa dal dicembre 2011/gennaio 2012 al 21-6-13, gennaio ha dichiarato: “Non ho saputo dell’apertura della partita Iva fino a quando nel giugno 2013 mi e’ stato consegnato il modello unico. Nel periodo suddetto ho sempre lavorato come badante presso la famiglia Gorra Castellini, ma ogni anno dovevo firmare delle carte. Firmavo queste carte presso l’ufficio della Santa Lucia. Mi dicevano che era un contratto di lavoro e io firmavo; non leggevo il contenuto di quello che mi veniva fatto firmare, anche perche’ non capivo tanto. Andavo presso la Santa Lucia per ritirare lo stipendio e la documentazione relativa. Non avevo altri contatti con la cooperativa. La Santa Lucia, inizialmente, mi ha detto che avrei dovuto svolgere mansioni di badante e come ci si deve comportare: di essere gentile con i familiari e attenta con la vecchietta. Preciso che io ricevevo mensilmente delle fatture e mi veniva detto che erano buste paga. Quanto ai documenti prodotti dalla societa’, che mi vengono mostrati, non ricordo di aver firmato l’autorizzazione all’apertura della partita Iva, anche se riconosco la firma. Ricordo di aver firmato il contratto di lavoro per prestazione d’opera prodotto.

Non ricordo di aver firmato le credenziali e l’autocertificazione delle competenze e gli altri modelli prodotti e non sono in grado di riconoscere le firme. Non ricordo di aver ricevuto e firmato la convenzione prodotta e non sono in grado di riconoscere la firma. Riconosco la lettera di recesso e l’ autorizzazione alla chiusura della partita Iva”.

La teste Elena Pirosca, premesso di aver avuto nel 2013 rapporti con la Cooperativa, che l’aveva fatta lavorare come badante, ha riferito: “Nel 2013 ho avuto rapporti con la Cooperativa Santa Lucia, che mi ha fatto lavorare come badante. Ho conosciuto la cooperative tramite un’amica. Ho avuto un colloquio in cui ho detto che ero disponibile a fare la badante giorno e notte e mi e’ stato detto che non avrei ricevuto la tredicesima e le ferie. Ho firmato dei documenti ma non so che cosa contenessero. Pochi giorni dopo sono stata chiamata per un lavoro.

La cooperativa mi ha detto le condizioni: notte e giorno con un giorno libero alla settimana e due ore di riposo al giorno e stipendio di 900 euro. La cooperativa mi ha detto che avrei fatto la badante di una signora; non mi ha dato altre indicazioni. Era presente anche il figlio della signora interessata, che mi ha spiegato un po’ che cosa avrei dovuto fare e poi mi ha accompagnato direttamente al lavoro.Durante il periodo in cui ho lavorato presso questa signora, non ho avuto contatti con la cooperativa: andavo solo una volta al mese a ritirare lo stipendio. In tale occasione mi vedeva data una fattura, e mi veniva detto che era la busta paga. Nessuno mi aveva spiegato che cosa fosse la fattura e che mi veniva aperta la partita IVA. Io firmato dei documenti ma senza sapere che cosa fossero.

Ho fatto una denuncia alla Camera del lavoro di Piacenza. Quando per un motivo o l’altro un lavoro cessava, telefonavo anche io, oltre al padrone di casa, alla cooperativa e dopo poco tempo venivo richiamata per un altro lavoro. In totale ho fatto cinque lavori attraverso la cooperativa. Le modalita’ erano piu’ o meno quelle che ho descritto.

Durante la rilettura del verbale la teste precisa: il primo lavoro tramite la cooperativa e’ stato nel 2011 e l’ultimo e’ finito il 31-7-2013”.

La teste Gabriela Statescu, premesso di aver lavorato per la Cooperativa dal settembre 2011 al luglio 2013, ha dichiarato: “Conosco la Cooperativa convenuta: ho lavorato per loro dal settembre 2011 fino a luglio 2013. Mi sono recata alla cooperativa in cerca di lavoro quando sono arrivata in Italia. Mi hanno dato un contratto da sottoscrivere e anche altri documenti e li ho firmati, ma non capivo bene quello che c’era scritto. Nel 2013 ho scoperto che mi avevano aperto la partita IVA. In particolare avevo chiesto alla Cooperativa i documenti per fare la tessera sanitaria e sulle fatture che mi hanno consegnato era indicata la partita IVA. In precedenza, siccome lavoravo, non ero mai andata a prendere le fatture alla cooperativa. Preciso che prima ero andata a conoscere la signora presso cui avrei lavorato e poi ho firmato il contratto. Sono rimasta presso la stessa signora per tutto il periodo di cui ho detto.

L’agenzia mi aveva detto che avrei dovuto lavorare tutti i giorni, che avevo una giornata libera e due ore libere al giorno. La famiglia mi ha detto che cosa dovevo fare. Mi sono recata per due periodi in ferie: mi sono messa d’accordo con la signora e poi l’ho comunicato alla Cooperativa. Ogni tanto la cooperativa mi chiamava telefonicamente per sapere se tutto andava bene”.

Infine la teste Gabriela Abenei, premesso di aver lavorato per la Cooperativa dal 24-9-12 al 13-13, ha riferito: “Non ho firmato subito il contratto: me lo hanno fatto firmare dopo che avevo iniziato a lavorare presso la persona da cui mi avevano mandato. Se non ricordo male sono stata chiamata dopo un mese circa dall’inizio del lavoro per firmare il contratto. Mi sono accorta solo dopo un anno che mi avevano aperto la partita IVA, di cui non mi avevano parlato, perche’ me lo hanno detto altre persone che lavoravano per la cooperativa. Il dipendente dell’agenzia mi ha detto il mio orario di lavoro e gli orari in cui sarei stata libera. Sono sempre stata in un solo posto a lavorare.

Sempre il dipendente dell’agenzia mi ha detto che avrei dovuto seguire una persona anziana e svolgere i lavori in casa, comprese pulizie e stirare. Ogni mese andavo alla cooperativa dove ricevevo una fattura, che presentavo in banca per ritirare i soldi. La cooperativa mi chiamava ogni fine settimana, il venerdi’, per dirmi se dovevo lavorare il fine settimana. Preciso che il mio orario era tutti i giorni della settimana, con due ore libere al giorno. La cooperativa mi telefonava e , se io non potevo lavorare o il sabato o la domenica, mandavano un sostituto. Nel periodo di cui ho detto ho sempre lavorato e non sono mai andata in ferie. Non avevo altri contatti con la cooperativa. A.D.R. Ho firmato i contratti 30-8-11, 1-1-12 e 1-4-12 che mi vengono mostrati. Non ho firmato il modulo dell’Agenzia delle Entrate che mi viene mostrato, ma la firma apposta in fondo e’ la mia. Non ricordo di avere firmato altri documenti oltre ai contratti di cui ho detto. E’ mia la firma apposta alla dichiarazione di autorizzazione all’apertura della partita IVA che mi viene mostrata. Puo’ darsi che questo fogli fosse inserito nel contratto”.

Dalle testimonianze sopra riportate si ricava che le lavoratrici durante lo svolgimento della loro attivita’ lavorativa non avevano contatti con la Cooperativa se non per il pagamento della retribuzione ed il ritiro della relativa documentazione; una teste hanno riferito di avere avuto occasionali rapporti telefonici “per sapere se tutto andava bene” e una teste ha riferito che la cooperativa ogni settimana telefonava per dirle se doveva lavorare il fine settimana e, se la lavoratrice non poteva, inviava un sostituto.

E’ emerso inoltre che le lavoratrici contattavano la Cooperativa in caso di eventuale cessazione del rapporto con la famiglia presso la quale lavoravano e che, prima dell’inizio dell’attivita’ lavorativa un incaricato della Cooperativa diceva loro che tipo di lavoro avrebbero dovuto svolgere (badante o altro) ed in quali orari: si tratta di mere indicazioni di massima, che riguardano essenzialmente le richieste e le esigenze avanzate dalle famiglie associate e potenzialmente interessate.

Una teste ha dichiarato che per la determinazione dei periodi di ferie si metteva d’accordo con la famiglia e si limitava a comunicarlo alla Cooperativa.

Non sono quindi configurabili direttive ed ordini impartiti alle lavoratrici da parte della Cooperativa, ma l’organizzazione del lavoro avveniva tra le lavoratrici medesime e le famiglie presso cui lavoravano.

Manca, pertanto, qualsiasi ingerenza della Cooperativa nelle concrete modalita’ di espletamento dell’attivita’ lavorativa.

Le indicazioni contenute nel contratto d’opera relativamente alla puntualita’ e regolarita’ della prestazione, alla non sottrazione di oggetti neppure di modico valore e alla non introduzione di persone estranee nell’abitazione del cliente costituiscono semplici direttive generali e programmatiche che costituiscono elementi compatibili anche con la prestazione di lavoro autonomo.

Manca inoltre qualsiasi controllo della prestazione da parte della Cooperativa, alla quale veniva semplicemente comunicato il numero delle ore lavorate al fine della erogazione della retribuzione e della elaborazione della fattura. Si consideri altresi’ che la fattura viene emessa per i servizi resi non alla Cooperativa, ma alle famiglie ad essa associate.

Non e’ stato infìne confermato, come invece sostenuto dall’Inps, che le lavoratrici dovessero essere autorizzate preventivamente dalla Cooperativa per eventuali assenze a qualsiasi titolo e che le sostituzioni dovessero essere concordate con la Cooperativa.

Nessun rilievo puo’, invece, essere attribuito alle dichiarazioni delle testi relative alla sottoscrizione di documenti senza conoscerne il contenuto, alla mancata conoscenza dell’apertura della partita Iva, alla predisposizione della fattura da parte della Cooperativa: ai fini della qualificazione di un rapporto di lavoro come autonomo o subordinato, al di la’ della forma attribuita dalle parti e del contenuto dell’attivita’ svolta, quello che conta sono le concrete modalita’ di svolgimento del rapporto medesimo.

Per quanto concerne, infine, il verbale di accertamento redatto dagli ispettori, e’ noto che deve essere attribuito valore di prova piena, fino a querela di falso, solo ai fatti che il funzionario verbalizzante, quale pubblico ufficiale, afferma essere avvenuti alla sua presenza; lo stesso valore sicuramente non puo’ essere attribuito alle valutazioni espresse dal funzionario medesimo.

Le risultanze istruttorie sono quindi insufficienti allo scopo di individuare l’essenziale requisito della subordinazione, intesa quale assoggettamento del prestatore di lavoro al potere gerarchico e disciplinare del datore di lavoro.

La carenza di adeguata prova e’ causa di rigetto della domanda: nel caso di specie, pertanto, la pretesa azionata con la cartella appare infondata.

Le deposizioni dei testi indicati dalla societa’ opponente hanno confermato le risultanze sopra descritte.

Da tali deposizioni si ricava che la Cooperativa si limita a mettere in contatto i clienti, che comunicano le proprie esigenze, e lavoratori muniti di partita Iva che hanno dichiarato la loro disponibilita’ a svolgere attivita’ lavorativa.

E’ emerso altresi’ che il singolo incarico veniva proposto al collaboratore e che solo se egli si dichiarava interessato veniva sottoscritta la convenzione tra cooperativa e lavoratore.

La Cooperativa si limitava inoltre ad assistere gratuitamente le lavoratrici nelle pratiche fiscali e di redazione delle fatture.

Quanto al compenso, esso effettivamente veniva erogato dalla Cooperativa, che a sua volta emetteva fattura alla fine del mese alla famiglia, relativa al costo del servizio.

Si aggiunga che, come emerge dalla documentazione prodotta dall’opponente, la stessa e’ soggetto accreditato come agenzia del lavoro e, quindi, e’ legittimata a svolgere attivita’ di intermediazione.

Per tutte le considerazioni che precedono l’avviso di addebito opposto deve essere revocato e deve essere riconosciuta la natura autonoma dei contratti di prestazione d’opera oggetto della cartella medesima.

Il regolamento delle spese di lite segue il criterio della soccombenza, e le stesse vengono liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.


Definitivamente pronunciando, accerta che il rapporto tra la Cooperativa opponente e i soggetti indicati nel verbale unico di accertamento e notificazione 30-7-14 e’ stato di lavoro autonomo;

dispone la revoca dell’avviso di addebito notificato in data 23-12-14;

condanna l’Inps a rimborsare all’opponente le spese di lite, liquidate in complessivi € 5.000,00;

fissa termine di sessanta giorni per il deposito della sentenza.

Milano, 27/01/2016

il Giudice
Dott. Eleonora Maria Velia Porcelli