Federazione Sindacati Indipendenti

Pa, licenziamento legittimo anche se patteggiamento non riguarda rapporto di lavoro

Tribunale di Verbania

Sentenza 16 marzo 2016, n. 28

Sentenza n. 28/2016 pubbl. il 16/03/2016

RG n. 20/2015

TRIBUNALE ORDINARIO DI VERBANIA

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale di Verbania, nella persona della dott.ssa Giorgia Busoli, in funzione di Giudice del Lavoro,

ha emesso la seguente

SENTENZA

nella causa iscritta al n. 20 del Ruolo Generale degli affari contenziosi dell’anno 2015 Sezione Lavoro e vertente tra:

XXXXXXXXXXX, ricorrente, rappresentata e difesa dagli avv.ti XXXXXXXXXXXXXX

e

XXXXXXXXXXXXXXXX, in persona del legale rappresentante pro tempore, resistente, rappresentato e

difeso dall’avv. Barbara Bono.

FATTO

Con ricorso ai sensi dell’art. 1, comma 48, L. 92/2012, depositato in data 19.01.2015, XXXXXXXXXXX ha convenuto in giudizio davanti al Tribunale di Verbania, in funzione di Giudice del Lavoro, XXXXXXXXXXX, in persona del legale rappresentante pro tempore, al fine di sentir accogliere le seguenti conclusioni:

In via principale: dichiarare la nullità e/o annullare il licenziamento dedotto in giudizio in quanto privo di giustificato motivo soggettivo e/o per violazione della procedura di cui all’articolo 55 bis del d.lgs. 165/2001 e/o dell’art. 7 della L. 300/1970 e conseguentemente dichiarare tenuto e condannare il XXXXXXXXXXXXX convenuto in persona come sopra a reintegrare la ricorrente nel posto di lavoro ed a risarcirla del danno patito in misura di un’indennità rapportata alle retribuzioni globali di fatto perdute dalla data del licenziamento

a quella dell’effettiva reintegrazione, non inferiore nel minimo a cinque mensilità, oltre alla rivalutazione

monetaria ex art. 429 c.p.c. ed agli interessi legali dal dovuto al saldo, nonché al versamento dei contributi

assistenziali e previdenziali per il medesimo periodo.

In via di subordine: accertare che non ricorrono gli estremi del giustificato motivo soggettivo addotto dal datore di lavoro, per insussistenza del fatto contestato ovvero perché il fatto rientra tra le condotte punibili con una sanzione conservativa sulla base delle previsioni del contratto collettivo applicabile al rapporto di lavoro dedotto in giudizio; annullare il licenziamento e condannare il datore di lavoro alla reintegrazione nel posto di lavoro della ricorrente ed al pagamento di un’indennità risarcitoria commisurata all’ultima retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento sino a quello dell’effettiva reintegrazione, nonché al versamento dei contributi previdenziali e assistenziali dal giorno del licenziamento fino a quello della effettiva reintegrazione, maggiorato degli interessi nella misura legale.

In via subordinata: accertare che non ricorrono gli estremi del giustificato motivo soggettivo addotto dal datore di lavoro; dichiarare risolto il rapporto di lavoro con effetto dalla data del licenziamento e condannare il datore di lavoro al pagamento di un indennità risarcitoria onnicomprensiva determinata tra un minimo di dodici un massimo di ventiquattro mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto, in relazione all’anzianità del lavoratore e tenuto conto del numero dei dipendenti occupati, delle dimensioni dell’attività economica, del comportamento e delle condizioni delle parti.

In via di estremo subordine: dichiarare inefficace il licenziamento per violazione della procedura di cui all’articolo 55 bis del D.Lgs. 165/2001 e/o dell’art. 7 della L. 300/1970; dichiarare risolto il rapporto di lavoro con effetto dalla data del licenziamento e condannare il datore di lavoro al pagamento di un’indennità risarcitoria onnicomprensiva determinata, in relazione la gravità della violazione formale o procedurale commessa dal datore di lavoro, tra un minimo di sei e un massimo di dodici mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto. Con il favore delle spese e di onorari di giudizio. Con sentenza immediatamente esecutiva”.

In particolare, la ricorrente ha esposto:

– di aver lavorato alle dipendenze del XXXXXXXXXX convenuto dapprima con contratto a tempo determinato e poi, a far data dal 1.2.2003, a tempo indeterminato, con profilo professionale di XXXXXXXXXXXXXX ed inquadramento dapprima nella categoria B3, successivamente nella categoria B4 ed infine nella categoria B5 del CCNL del Comparto Regioni Autonomie Locali (doc. 3,4,5,6,7).

– di essersi occupata, in qualità di XXXXXXXXXXX, di assistenza domiciliare a favore di persone bisognose di aiuto nell’ambito dell’igiene personale, ambientale e di relazione;

– di aver ricevuto, in data 19.3.2014, comunicazione con cui il XXXXXXXXX informava la ricorrente di aver ricevuto, in data 6.3.2014, il certificato del Casellario Giudiziale attestante l’iscrizione a carico della stessa di una sentenza di patteggiamento per il reato di appropriazione indebita, richiedendole copia della documentazione inerente il procedimento penale “al fine di poter valutare gli accadimenti che l’hanno generato, le circostanze attenuanti e la ricaduta sul rapporto di lavoro in essere con il XXXXXXXXXX;

– di aver riscontrato la richiesta dell’Ente con propria nota del 23.4.2014 (doc. 10);

– di aver ricevuto, in data 29.4.2014, una contestazione disciplinare fondata sulla predetta sentenza di patteggiamento, con contestuale convocazione della ricorrente per il giorno 26.6.2014 per essere sentita a sua difesa;

– di aver infine ricevuto, in data 30.6.2014 (doc. 13), comunicazione avente ad oggetto la conclusione del procedimento disciplinare e l’irrogazione della sanzione disciplinare del licenziamento ai sensi dell’art. 3, comma 7, lett. h) del CCNL del Comparto Regioni Autonomie Locali.

Tanto premesso, a sostegno dell’impugnazione del licenziamento, la ricorrente ha dedotto:

a) la nullità del procedimento disciplinare per violazione del termine di 40 giorni previsto dall’articolo 55 bis, comma 4, del D. Lgs. n. 165/2001 per la contestazione dell’addebito;

b) l’illegittimità nel merito del licenziamento irrogato, evidenziando la differenza intercorrente tra “condanna” e “sentenza di patteggiamento” e contestando l’illiceità penale dei fatti, non attribuibili alla stessa o comunque aventi carattere meramente colposo;

c) in ogni caso, il difetto proporzionalità del provvedimento disciplinare irrogatole, stante l’insussistenza del requisito della “specifica gravità” del reato ascrittole, non potendo lo stesso configurare alcuna lesione del rapporto fiduciario della parte datoriale nei propri confronti.

Con memoria del 18.6.2015, si è costituito in giudizio il XXXXXXXXXXXX, in persona del Presidente e legale rappresentantepro-tempore, contestando quanto ex adverso dedotto perché infondato in fatto ed in diritto e chiedendo il rigetto del ricorso.

Disposta la conversione del rito alla luce della ritenuta inapplicabilità del c.d. rito Fornero al pubblico impiego privatizzato e ritenuto di non dover svolgere attività istruttoria, la causa, previa concessione di un termine intermedio per il deposito di note finali, all’odierna udienza è stata discussa e decisa con sentenza di cui si è data pubblica lettura.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il ricorso è infondato e non può trovare accoglimento alla luce dei seguenti motivi.

Occorre in primo luogo osservare, quanto all’asserita inosservanza del termine previsto dall’art. 55 bis del D.Lgs. 165/2001 per la contestazione dell’addebito al dipendente, che, ai sensi della medesima disposizione, il dies a quo del termine coincide con la“notizia di comportamenti punibili con taluna delle sanzioni disciplinari …” ovvero con “la data in cui l’ufficio ha acquisito notizia dell’infrazione” .

Nel caso di specie, parte datoriale ha dimostrato di essere venuta a conoscenza dei fatti solo con la ricezione da parte del Tribunale di Verbania, in data 29.04.2014, di copia della sentenza di patteggiamento pronunciata a carico della dipendente, attesa l’illeggibilità della copia ricevuta dalla stessa ricorrente in data 23.4.2014 (doc. 10 fascicolo XXXXXXXX e doc 5 fascicolo XXXXXXXX).

Il fatto che il datore di lavoro avesse avuto, fin dal 6.3.2014, conoscenza dell’iscrizione della sentenza di patteggiamento, avendo ricevuto il certificato del casellario giudiziale, non appare rilevante, atteso che tale notizia non integrava ex se gli estremi di una violazione disciplinare, a tale fine essendo necessario conoscere il contenuto della sentenza onde valutare la “specifica gravità” dei fatti oggetto del provvedimento, richiesta dal contratto collettivo al fine dell’irrogazione del licenziamento.

A tal proposito, peraltro, la giurisprudenza di legittimità ha avuto modo di osservare che il principio di tempestività riguarda il momento di “conoscenza” e non quello di mera “notizia” che il datore di lavoro abbia avuto di un fatto potenzialmente foriero di sanzione disciplinare, destinata a divenire “conoscenza” solo dopo i dovuti riscontri istruttori. Di conseguenza, “il principio dell’immediatezza della contestazione dell’addebito deve essere inteso in senso relativo. E infatti, esso risulta in concreto compatibile anche con un intervallo di tempo più o meno lungo, allorché l’accertamento e la valutazione dei fatti sia laborioso e richieda uno spazio temporale maggiore” (Cass. n. 21203 del 17.9.2013).

Alla luce di tali considerazioni, deve dunque ritenersi tempestiva la comunicazione datata 3.6.2014, con cui il XXXXXXX, ai sensi dell’art. 55 bis, commi 2 e 4 dlgs. 165/2001, ha contestato i fatti alla ricorrente provvedendo a convocarla per essere sentita a sua difesa in data 26.6.2014.

Parimenti tempestivo, infine, deve ritenersi il provvedimento con cui l’Ente ha comunicato alla ricorrente la conclusione del procedimento, intervenuto in data 30.6.2014 con l’irrogazione del licenziamento.

Passando dunque all’esame nel merito della legittimità del licenziamento ivi impugnato, il Tribunale osserva quanto segue.

Con sentenza del Tribunale di Verbania del 30.11.2012, divenuta irrevocabile, è stata applicata ex art. 444 c.p.p. la pena di mesi 8 di reclusione all’odierna ricorrente, imputata per il reato di cui agli artt. 81, 646 e 61 n. 11 c.p., poiché “nella sua qualità di ex amministratrice dell’XXXXXXXX, al fine di procurarsi un ingiusto profitto, con più azioni ed artifizi, si appropriava indebitamente della somma di € 69.922,11 di proprietà del predetto istituto scolastico; in XXXXXXXX dall’1.01.2008 al 11.01.2010”.

Tanto premesso, occorre osservare che l’art. 3, comma 7, lett. h) del CCNL del Comparto Regioni Autonomie Locali, prevede che sia irrogata la sanzione del licenziamento disciplinare in caso di “condanna passata in giudicato per un delitto che, commesso fuori dal servizio e non attinente in via diretta al rapporto di lavoro, non ne consenta la prosecuzione per la sua specifica gravità”.

A tale riguardo, giova osservare che le disposizioni dei contratti collettivi che prevedono la possibilità per il datore di lavoro di risolvere il rapporto di lavoro, nell’ipotesi di condanna passata in giudicato per una condotta estranea all’attività lavorativa, quando i fatti costituenti reato assumano rilievo ai fini della lesione del rapporto fiduciario, pongono due ordini di problemi, tra loro connessi: il primo concerne la possibilità di possibilità di equiparare la sentenza di patteggiamento di cui all’art. 444 c.p.p. alla “sentenza di condanna”; il secondo attiene alla valenza probatoria della sentenza di patteggiamento nel successivo giudizio civile di impugnazione del licenziamento, considerato che l’articolo 445 c.p.p. stabilisce espressamente che tale sentenza “non ha efficacia nei giudizi civili o amministrativi”, non essendo quindi idonea ad esplicare l’efficacia di giudicato tipica della sentenza penale di condanna ai sensi dell’articolo 654 c.p.p. Sul tema, si sono nel tempo succeduti in giurisprudenza diversi orientamenti.

In particolare un primo indirizzo, più risalente, ha risolto entrambe le questioni negando alla radice la rilevanza della sentenza di patteggiamento (cfr., ex plurimis, Cass. Civ., Sez. Lav., 2 aprile 1996 n. 303, la quale nega la possibilità di equiparare la sentenza di patteggiamento ad una sentenza di condanna, osservando “la sentenza pronunciata a norma dell’art. 444 c.p.p. non è una vera e propria sentenza di condanna, essendo a questa equiparata solo a determinati fini, e, ai sensi dell’ultima parte del comma 1 dell’art. 445 c.p.p., non ha efficacia nei giudizi civili o amministrativi. Ne consegue pertanto che, dovendosi escludere che siffatta sentenza possa acquisire autorità di giudicato, la stessa non può rilevare ai fini della definizione di un processo civile avente ad oggetto la legittimità di un licenziamento fondato esclusivamente su una disposizione del contratto collettivo che consente la risoluzione del rapporto di lavoro nell’ipotesi di condanna a pena detentiva comminata al lavoratore, con sentenza passata in giudicato, per azione commessa non in connessione con lo svolgimento del rapporto di lavoro”).

Tale orientamento non riconosce efficacia probatoria alla sentenza di patteggiamento: in particolare, Cass. Civ., Sez. Lav., 16 aprile 2003 n. 6047, afferma chiaramente che “non può farsi discendere dalla sentenza di cui all’art. 444 c.p.p. la prova della ammissione di responsabilità da parte dell’imputato e ritenere che tale prova sia utilizzabile nel procedimento civile”.

Peraltro, negli ultimi anni tale indirizzo è stato ampiamente superato da un orientamento che di fatto giunge ad un sostanziale capovolgimento delle posizione iniziale, risolvendo in senso affermativo la questione relativa alla possibilità di considerare la sentenza di patteggiamento quale sentenza di condanna ai fini dell’applicazione della normativa contrattuale sui licenziamenti, ritenendo l’equiparazione possibile sulla base della circostanza che l’ “accordo” sottostante il patteggiamento implica una rinuncia dell’imputato a contestare la propria responsabilità.

Tale orientamento, al quale il Giudice ritiene di dover aderire, è stato confermato da numerose pronunce della Corte di Cassazione, la quale, richiamando precedenti di giurisprudenza sia di legittimità che costituzionale ha avuto modo di osservare che “ove una disposizione del contratto collettivo faccia riferimento alla sentenza penale di condanna passata in giudicato come fatto idoneo a consentire il licenziamento senza preavviso, il giudice di merito può, nell’interpretare la volontà delle parti collettive espressa nella clausola contrattuale, ritenere che gli agenti contrattuali, nell’usare l’espressione ‘sentenza di condanna’, si siano ispirati al comune sentire che a questa associa la sentenza cd. ‘di patteggiamento’ ex art. 444 c.p.p., atteso che in tal caso l’imputato non nega la propria responsabilità, ma esonera l’accusa dall’onere della relativa prova in cambio di una riduzione di pena” (Cass. Civ. Sez. Lav. sentenza n. 3912/2013).

Sulla stessa scia, la giurisprudenza di legittimità attualmente reputa che, pur non potendo attribuirsi alla sentenza di patteggiamento efficacia di cosa giudicata, ostandovi l’articolo 445 c.p.p., nondimeno essa ha un’incontestabile valenza probatoria nel processo civile, così da poter persino costituire l’unica fonte del convincimento del giudice.

In particolare, la sentenza n. 2168/2013 della Suprema Corte, confermando un orientamento giurisprudenziale ormai consolidato, afferma che “la sentenza penale di applicazione della pena ex art. 444 cod. proc. pen. costituisce indiscutibile elemento di prova per il giudice di merito il quale, ove intenda disconoscere tale efficacia probatoria, ha il dovere di spiegare le ragioni per cui l’imputato avrebbe ammesso una sua insussistente responsabilità ed il giudice penale abbia prestato fede a tale ammissione”.

Le pronunce indicate, peraltro, si soffermano sulla rilevanza delle condotte extra-lavorative ai fini della motivazione del licenziamento: in particolare, Cass. n. 3912/2013 ha ribadito che “I comportamenti tenuti dal lavoratore nella vita privata ed estranei perciò all’esecuzione della prestazione lavorativa, se, in genere, sono irrilevanti, possono tuttavia costituire giusta causa di licenziamento allorché siano di natura tale da compromettere la fiducia del datore di lavoro nel corretto espletamento del rapporto, in relazione alle modalità concrete del fatto e ad ogni altra circostanza rilevante in relazione alla posizione delle parti, al grado di affidamento richiesto dalle specifiche mansioni del dipendente, nonché alla portata soggettiva del fatto stesso”.

Nondimeno, prosegue la stessa pronuncia, ciò “non esonera dall’ulteriore indagine della idoneità dei fatti a ledere irrimediabilmente il vincolo di fiducia con il lavoratore, in particolare nel caso in cui, come quello di specie, il licenziamento sia intimato con riguardo ad una previsione collettiva, che fa sì riferimento alla ‘condanna passata in giudicato’, ma condiziona comunque l’irrogazione della massima sanzione alla circostanza che ‘i fatti costituenti reato possano assumere rilievo ai fini della lesione del rapporto fiduciario, nell’ipotesi in cui la loro gravità in relazione alla natura del rapporto, alle mansioni, al grado di affidamento sia tale di far ritenere il lavoratore professionalmente inidoneo alla prosecuzione del rapporto”.

Nel caso di specie, non vi è dubbio che i fatti ascritti alla ricorrente siano connotati da quella “specifica gravità” richiesta dalla norma contrattuale ai fini dell’irrogazione del licenziamento disciplinare, assumendo altresì particolare rilievo con riguardo alla lesione del rapporto fiduciario intercorrente con il XXXXXXXXXX resistente.

Dall’esame della documentazione versata in atti (docc. 9 – 10 – 11 fascicolo XXXXXXXXX), si evince infatti che la signora XXXXXXXX ha rivestito per più anni l’incarico di consigliere dell’XXXXXXXXXX disponendo in tale veste di notevoli somme di denaro per provvedere al pagamento, tramite uno studio commerciale, degli emolumenti fiscali e contributivi dovuti dall’ente rappresentato.

Orbene, dagli accertamenti effettuati nell’ambito del procedimento penale, è emerso che la signora XXXXXXX si sarebbe appropriata indebitamente, attraverso più azioni commesse nel corso di due anni, della somma complessiva di € 69.922,11, di appartenenza del predetto XXXXX, al fine di trarne un profitto personale.

In particolare, parte resistente ha evidenziato come, tra la documentazione contenuta nel fascicolo, assuma particolare rilievo la copia dell’assegno bancario n. XXXXXXXXXX dell’importo di € 9.000,00, firmato dalla XXXXXXX e relativo al conto corrente dell’XXXXXX presso la Banca XXXXXXX, versato in favore della Concessionaria XXXXXXXXX), per l’acquisto di un’autovettura XXXXXXXXXX, successivamente intestata al coniuge della ricorrente.

Orbene, non vi è dubbio che tali fatti, sfociati in una sentenza di patteggiamento ai sensi dell’art. 444 c.p.p., equiparabile, nei termini sopra indicati, alla “sentenza di condanna” cui il contratto collettivo ricollega la sanzione disciplinare del licenziamento, siano dotati di una gravità e di una specificità tali da far ritenere l’inidoneità della lavoratrice allo svolgimento delle proprie mansioni di assistente sanitaria domiciliare.

A tale riguardo, occorre evidenziare che nell’ambito dei compiti svolti dalla ricorrente l’elemento fiduciario assume una rilevanza fondamentale, lavorando le assistenti sanitarie domiciliari a stretto contatto con un’ utenza “debole”, composta prevalentemente da persone anziane, a favore delle quali le predette svolgono operazioni spesso implicanti il maneggio di denaro altrui in piena autonomia (ad esempio per la spesa alimentare, l’acquisto di medicinali, il pagamento delle bollette, ecc.). Inoltre, le operatrici domiciliari prestano abitualmente la propria attività lavorativa all’interno delle abitazioni delle persone assistite, talvolta senza la contestuale presenza di parenti o familiari, non essendo pertanto soggetto ad un alcun controllo (in merito alle mansioni concretamente svolte dalla ricorrente, cfr. doc. 17 fascicolo XXXXXXXX.).

Alla luce della particolare “delicatezza” di tali mansioni, non può non ritenersi che le condotte ascritte all’odierna ricorrente siano connotate da gravità specifica, tale da ledere irrimediabilmente il vincolo fiduciario intercorrente con la parte datoriale.

Deve pertanto affermarsi la legittimità del provvedimento di licenziamento adottato dal XXXXXXXX resistente; conseguentemente, il ricorso deve essere rigettato.

Le spese seguono la soccombenza, come di norma, e vengono liquidate, ai sensi del D.M. 55/2014, come in dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale di Verbania, in funzione di Giudice del Lavoro, letto l’art. 429 c.p.c., definitivamente pronunciando nel procedimento in epigrafe indicato, ogni ulteriore istanza, deduzione ed eccezione disattesa, così provvede:

– rigetta il ricorso;

– condanna parte ricorrente alla refusione in favore di parte resistente delle spese del presente giudizio, che liquida exDM 55/2014 in € 3.513,00, oltre spese generali al 15%, IVA e CPA come per legge.

Verbania, 16.03.2016

Il Giudice

Giorgia