Federazione Sindacati Indipendenti

I permessi della legge 104 anche a chi è convivente

LIVORNO. La Consulta ha deciso: anche i conviventi “more uxorio” con una persona disabile, per occuparsi del partner malato o invalido, possono usufruire – al pari dei coniugi e dei parenti fino al secondo grado – dei tre giorni di permesso mensile retribuito e coperto da contribuzione figurativa previsti dalla legge 104 del 1992. Questo il contenuto nella sentenza 213 depositata l’altro ieri – camera di consiglio del 5 luglio scorso – che ha dichiarato l’illegittimit costituzionale della legge 104 del 1992, e successive modifiche del 2010, nella parte in cui «non include il convivente» tra i «soggetti legittimati a fruire del permesso mensile retribuito per l’assistenza alla persona con handicap in situazione di gravità, in alternativa al coniuge, parente o affine entro il secondo grado». I giudici spiegano che non si intende con questo equiparare coniugi e conviventi, ma l’obiettivo è quello di tutelare la salute psicofisica del soggetto in grave e handicappata sofferenza assicurandogli la vicinanza della persona con la quale ha “una relazione affettiva”.

A sollevare la questione stato il Tribunale di Livorno nel procedimento sorto nel 2013 tra una lavoratrice dipendente della Asl 6 livornese, e la stessa Asl che non voleva concedere alla donna i permessi della legge 104 per assistere il convivente malato di Parkinson. La Asl pretendeva anche di recuperare “in tempo e denaro” i giorni di permesso in un primo tempo concessi e fruiti per alcuni anni dalla lavoratrice che si era rivolta alla magistratura per ottenere l’accertamento del suo diritto ai permessi e per ottenere la restituzione delle somme trattenute in busta paga «a recupero delle ore di permesso fruite nel periodo 2003-2010».

Nel gennaio 2014, il Tribunale aveva negato il diritto della Asl a recuperare dalla busta paga gli importi dei permessi, e la aveva condannata anche a pagare alla dipendente le ore di «lavoro svolte in esecuzione del piano di recupero predisposto dalla Asl». Contestualmente, il Tribunale aveva chiesto l’intervento della Consulta dove sia l’Inps che il presidente del Consiglio dei ministri, rappresentati dall’Avvocatura dello Stato, si sono costituiti chiedendo che il dubbio di costituzionalità fosse dichiarato «non fondato« per la «non assimilabilità per la giurisprudenza costituzionale, della convivenza “more uxorio” al vincolo coniugale».

Ma la Consulta ha dribblato l’ostacolo e ha sottolineato che qui si tratta della salute e che l’articolo 3 della Costituzione che non ammette disparità di trattamento tra i cittadini: «va qui invocato non per la sua portata eguagliatrice, restando comunque diversificata la condizione del coniuge da quella del convivente, ma per la contraddittorietà logica della esclusione del convivente dalla previsione di una norma che intende tutelare il diritto alla salute psicofisica del disabile». Se cosi non fosse, spiega la Consulta, «il diritto, costituzionale, del portatore di handicap di ricevere assistenza nell’ambito della sua comunit di vita, verrebbe ad essere irragionevolmente compresso, non in ragione di una obiettiva carenza di soggetti portatori di un rapporto qualificato sul piano affettivo, ma in funzione di

un dato ‘normativo’ rappresentato dal mero rapporto di parentela o di coniugio». Per queste ragioni, la sentenza ha dichiarato che la norma contestata dal tribunale toscano deve essere espunta perchè si tratta di «un inammissibile impedimento all’effettivita dell’assistenza e dell’integrazione»

iltirreno.gelocal.it