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L’Upb boccia il Def. Bankitalia: “Obiettivi di crescita ambiziosi”

MILANO – Per Bankitalia le stime del Def sono “ambiziose”, per l’Ufficio parlamentare di bilancio sono semplicemente da bocciare. Per entrambe le istituzioni, però, il motivo è lo stesso: il quadro programmatico dei conti pubblici dipinto dal governo nella Nota di aggiornamento del Def, è troppo ottimistico nelle sue previsioni per il 2017. Da un lato gli economisti dell’Upb si chiedono come la riduzione del deficit possa sostenere la crescita, dall’altra i tecnici della Banca d’Italia dubitano sul reale impatto dello stop all’aumento dell’Iva. Una preoccupazione condivisa anche dalla Corte dei Conti, secondo cui l’esecutivo ha sovrastimato l’effetto espansivo dell’aumento della spesa pubblica.

Ufficio parlamentare di bilancio. Mentre il quadro tendenziale (cioè l’andamento economico a legislazione vigente) è già stato approvato a fine settembre, il quadro programmatico (cioè l’andamento dei conti pubblici incorporando gli effetti dei provvedimenti di legge che il governo vuole introdurre) dovrà esser validato entro la metà di ottobre, in tempo utile per la presentazione alla Commissione europea del Documento Programmatico di bilancio 2017. Secondo l’organismo presieduto da Giuseppe Pisauro, un’autorità indipendente introdotta con la legge di attuazione del principio del pareggio di bilancio, “alla luce delle informazioni disponibili” il processo di valutazione della Nota di aggiornamento del Def “condurrebbe a un esito non positivo del quadro programmatico 2017 e, in particolare, delle stime di crescita del Pil per il prossimo anno, sia in termini reali che nominali. Stime, che appaiono contrassegnate da un eccesso di ottimismo”.

Nel dettaglio, secondo l’Upb sono “significativamente” fuori linea le indicazioni sulla crescita programmatica per il 2017, che la Nota colloca all’1%, attribuendo un effetto positivo da 0,4 punti percentuali di Pil alla manovra di bilancio di prossima scrittura. La crescita preventivata alla luce della manovra è però di 0,3 punti superiore rispetto alla media delle previsioni rilasciate dagli istituti indipendenti che costituiscono il panel dell’Upb stesso. Guardando alla sola manovra, quegli 0,4 punti di benefici sono il doppio di quanto l’Ufficio stimi realistico. La dura presa di posizione dell’Ufficio di Pisauro è argomentata puntualmente. Ad esempio, gli economisti faticano a capire come la riduzione del deficit (-0,5%) prevista per correggere almeno in parte il maggior indebitamento (+0,9%) che serve a disattivare le clausole di salvaguardia possa avere un effetto “marginalmente espansivo” (+0,1%). In pratica, non si capisce come stringere i cordoni della Borsa faccia salire il Pil. O ancora, risultano fuori linea le previsioni di crescita programmatica per il 2018. Scetticismo, infine, per il fatto che le clausole di salvaguardia rimarranno nella legislazione vigente per il 2018 e 2019, dando “carattere di provvisorietà al quadro programmatico”. Quanto alla richiesta alla Ue di sfruttare un ulteriore spazio di 0,4 punti percentuali di deficit/pil, arrivando al 2,4%, in ragione delle spese per migranti e terremoto, non ci sono buone prospettive di accoglimento in sede europea. “La limitata storia applicativa delle clausole per eventi eccezionali a livello sovranazionale lascia margini di discrezionalità”, annotano dall’Upb: “Vi è quindi incertezza sulla possibilità che la richiesta di considerare le spese menzionate quali connesse a eventi inconsueti, nel limite di importo di 4 decimi di Pil, sia accolta in sede europea”.

Bankitalia. Poche ore prima era stato il vicedirettore generale di Bankitalia, Luigi Federico Signorini a mettere in guardia l’esecutivo: “Nello scenario programmatico per il 2017, la dinamica del prodotto è significativamente maggiore di quella del quadro tendenziale. L’obiettivo è ambizioso. Per conseguire il risultato la prossima legge di bilancio dovrà essere definita con grande cura”. In particolare, a pesare sulla frenata dell’economia italiana è soprattutto il crollo della domanda interna, ma a preoccupare i tecnici di Bankitalia oltre “all’inaspettata battuta d’arresto del Pil nel secondo trimestre” è soprattutto la debolezza degli investimenti nonostante la facilità di accesso al credito grazie alle manovre espansive condotte dalla Bce: “I finanziamenti – dice Signorini – non sono ripartiti perché manca la domanda. Eppure lo spread sul costo del denaro con il resto d’Europa è calato. La dinamica degli investimenti è quindi più lenta rispetto al resto del Vecchio continente e pure in considerazione dell’uscita dalla recessione”. Secondo il vicedirettore di Bankitalia “è indispensabile proseguire con sempre maggiore determinazione” sulla strada della spending review, “se si vogliono tenere i conti pubblici sotto controllo senza contare soltanto sul livello oggi eccezionalmente basso dei tassi di interesse e senza comprimere gli investimenti, il cui rilancio è invece necessario per la crescita”. Dubbi, invece, sulle stime dell’impatto che avrebbe il congelato dell’aumento dell’Iva previsto dalla clausole di salvaguardia: “Il governo considera un effetto positivo pari a 0,3 punti percentuali, ma è un calcolo che non ha riscontri in alcuna stima econometrica”. “Nel complesso – ha detto Signorini – le misure previste per il 2017 comportano un aumento dell’indebitamento netto di quasi mezzo punto” di Pil e “un incremento del prodotto di ammontare analogo”. Il “moltiplicatore implicito in questa previsione è elevato, dati anche i ritardi che normalmente caratterizzano la risposta della spesa privata alle misure di bilancio”. Nello scenario programmatico, ha sottolineato, il governo prospetta “una crescita del prodotto nettamente più elevata” del “tendenziale”.

Corte dei Conti. Sulla stessa lunghezza d’onda di Bankitalia anche il nuovo presidente della Corte dei Conti, Arturo Martucci di Scarfizzi, che pur ritenendo “nel suo insieme equilibrato” l’aggiornamento del Def” nota come ci siano “elementi di fragilità cui occorrerà prestare attenzione” soprattutto “sul fronte della domanda estera e quindi delle nostre esportazioni”. Ne deriverebbe “un rischio al ribasso” anche per le prospettive di crescita “con conseguenti risvolti avversi sul percorso programmatico di finanza pubblica”. La Corte dei Conti poi sottolinea un certo sbilancio nella valutazione degli effetti positivi dell’extra deficit: secondo l’aggiornamento del Def vale quattro decimi di punto, ma la magistratura contabile osserva che “l’effetto espansivo ora ipotizzato resta assai maggiore di quello prefigurato in sede di Def 2016”. Nel documento consegnato alle commissioni Bilancio di Camera e Senato, la Corte dei Conti ricorda che ad aprile pur davanti a un indebitamento programmatico più alto di 4 decimi del tendenziale si prevedeva una crescita dell’1,4% rispetto all’1,2% programmatico e “effetti ancora meno pronunciati venivano stimati” nel 2015 sempre a fronte di uno 0,4 in più di deficit. “Ancora una volta”, quindi, la capacità di ridurre la spesa pubblica “potrebbe rivelarsi fattore chiave nel giudizio” sulla “sostenibilità” delle scelte di bilancio: “I margini stretti posti da un quadro tendenziale che sconta già un profilo di riduzione significativo della spesa e dal rispetto dei parametri europei, renderanno la valutazione della congruenza e realizzabilità delle coperture un esercizio impegnativo”.

Istat. Più cauto il giudizio dell’Istituto di Statistica secondo cui le previsioni della Nota di aggiornamento del Def sul 2016 “appaiono coerenti con i dati sui conti trimestrali del Pil e delle amministrazioni pubbliche diffusi oggi”. Lo afferma il presidente dell’Istat, Giorgio Alleva, in audizione alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato: “Per gli anni successivi l’andamento dei saldi di finanza pubblica delineato nell’attuale quadro programmatico risulta più graduale rispetto a quello espresso nel Def di aprile. Ciò incorpora la volontà di sterilizzare, nella prossima legge di bilancio, le clausole di salvaguardia e considera, soprattutto, la previsione del peggioramento del quadro macroeconomico nel breve-medio periodo”. Alleva ha inoltre sottolineato come “un incremento delle imposte ha effetti depressivi sia sul lato dei consumi sia sul lato investimenti, gli effetti di una clausola di salvaguardia non rispettata sarebbe certamente depressivo per l’economia”.

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