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Le persone a rischio povertà nellʼUe, in Italia +3,2%

In generale il mercato del lavoro in Europa ha fatto segnare dei progressi tra il 2015 e il 2016, nonostante i livelli stabili registrati nell’ultimo periodo, ad ogni modo le condizioni occupazionali non ottimali restano tra le principali cause di rischio povertà per i cittadini europei.

Ovviamente non si tratta dell’unica ragione che spinge le persone o le famiglie verso la povertà. Per rendere l’idea – dati Eurostat – nel 2015 circa 119 milioni di persone, il 23,7% della popolazione, risultano essere a rischio povertà o esclusione sociale nell’Ue. Uno dei seguenti casi può interessare le persone a rischio: reddito sotto la soglia di riferimento (che può variare da paese a paese), una situazione di grave deprivazione materiale o la bassa intensità di lavoro.

È opportuno ricordare che le cose vanno meglio rispetto a pochi anni fa. Tra il 2009 e il 2012 si osservò una quota in crescita – quasi al 25% – di persone a rischio povertà, per poi registrare una diminuzione costante, fino a tornare al livello del 2008 (23,7%), sebbene ancora superiore al valore del 2009 (23,3%).

La riduzione del numero di persone a rischio povertà o esclusione sociale resta comunque uno degli obiettivi chiave della strategia Europa 2020. Soffermandosi sulla bassa intensità di lavoro, è condizione che riguarda il 10,5% della popolazione 0-59 anni.

Ma cosa sta a significare l’indicatore? In pratica osserva le persone che vivono in una famiglia – minori o individui a carico, tra gli altri – in cui gli adulti lavorano durante l’anno meno del 20% del loro potenziale. C’è stata una flessione per quest’ultima fattispecie sull’anno precedente, la prima volta dal 2008, ma i dati restano superiori rispetto al periodo pre-crisi. Grecia (16,8%), Spagna (15,4% ) e Belgio (14,9%) sono i paesi che mostrano i valori più alti. Il caso italiano non è certo trascurabile. Da noi, dove la percentuale di chi è a rischio povertà è passata dal 25,5% al 28,7%, si è vista aumentare anche la soglia di persone nella fascia di età di riferimento che vivono in famiglie a bassa intensità di lavoro. Nel 2008 era al 10,4%, nel 2015 si attesta all’11,7%. In più nello stesso lasso di tempo la quota relativa alla deprivazione materiale (tipo non poter riscaldare in modo adeguato l’abitazione o sostenere una spesa imprevista) è cresciuta negli anni della crisi del 4%.

In termini di bassa intensità lavorativa peggio di noi fanno Grecia e Spagna, dove rispettivamente la quota di individui coinvolti è aumentata dal 7,5 al 16,8% e dal 6,6 al 15,4%. In Francia si è invece registrata una diminuzione di due decimi, dall’8,8 all’8,6%. In Germania il valore si è contratto in maniera più marcata, dall’11,7% del 2008 al 9,8% del 2015. In controtendenza il Regno Unito, che l’anno scorso si è collocato all’11,9% dal 10,4% del 2008.

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