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2017: 170 giorni di lavoro per le tasse Il giorno della libertà? Il 19 giugno

Meno tasse, ma non per tutti. Nel 2017 la pressione tributaria complessiva, secondo le prime stime, dovrebbe scendere lievemente, dal 42,6% al 42,3% del Pil (il Prodotto interno lordo, quanto produce l’Azienda Italia in un anno intero). Poco? Mica tanto. Si tratta, infatti, di circa 7 miliardi di euro che dovrebbero essere risparmiati dagli italiani tra tagli effettivi e mantenimento di alcune agevolazioni che stavano per scadere.

Liberazione
Ma i miglioramenti per le famiglie italiane, purtroppo, non ci sono. O sono irrisori. Anche quest’anno, infatti, il quadro (reddito di 50.000 euro) — scelto da Corriere Economia dal 1990 per misurare l’insostenibile pesantezza del Fisco sui budget familiari — , dovrà lavorare 170 giorni, gli stessi del 2016, per pagare imposte e contributi. In pratica solo dalla mattina del 20 giugno comincerà a guadagnare per far fronte alle proprie necessità e a quelle della sua famiglia. Corvée fiscale invariata anche per l’operaio, l’altro contribuente tipo (reddito di 25.077 euro) utilizzato nell’analisi, condotta come sempre con la collaborazione dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre. A lui serviranno 130 giorni, gli stessi del 2016, per sfamare l’appetito dell’Erario. Il Tax Freedom Day, il giorno della liberazione fiscale, arriverà così l’11 maggio. L’anno scorso era il 10 maggio, ma il 2016 era un anno bisestile (lo stesso effetto c’è anche per il quadro).

Il paradosso
Ma come si spiega questo paradosso; pressione tributaria che scende e schiavitù fiscale che resta invariata? I tagli effettivi alle aliquote hanno interessato solo le imprese con l’Ires che scende dal 27,5% al 24% (e con l’arrivo della nuova Iri per le imprese individuali e società di persone, aliquota del 24%), mentre nessun intervento è stato fatto sul fronte dell’Irpef. In autunno, mentre fervevano le opere nel grande cantiere della legge di Stabilità, si era parlato di possibili tagli alle aliquote ferme da 10 anni (quado al governo c’era Prodi) a partire dal 2018, ma nessun impegno ufficiale è stato preso. E bisognerà vedere se il governo Gentiloni continuerà sulla strada che voleva percorrere l’esecutivo Renzi. Un vero e proprio tabù quello delle aliquote Irpef che nessuno dei cinque premier succeduti a Prodi è stato in grado di scalfire.

Dieci anni
E, se si tiene conto dell’inflazione, questi ultimi dieci anni sono stati un vero Calvario per il nostro contribuente tipo. Nel 2007 guadagnava 41.655 euro contro i 50.068 attuali. In un decennio la sua retribuzione è cresciuta di 8.413 euro, mentre l’Irpef netta è passata da 8.795 a 11.934 euro. Degli 8.413 euro di aumento retributivo, ben 3.139 sono stati divorati dal Fisco (il 37,3%, oltre un terzo). Le uniche buone notizie del 2017 per le famiglie riguardano la conferma dell’esenzione da Imu e Tasi dell’abitazione principale, l’impossibilità per i comuni e le regioni di aumentare le pretese, la conferma di una serie di sgravi che stavano per scadere più qualche piccolo bonus. Poco, troppo poco, per spostare indietro l’orologio del Tax Freedom Day che così resta pericolosamente vicino alle Colonne d’Ercole, rappresentate da quel 30 giugno varcato il quale vorrebbe dire lavorare di più per lo Stato che per se stessi.

L’identikit della famiglia tipo

I contribuenti tipo sono i medesimi degli anni precedenti, il loro reddito è stato incrementato dello 0,6% rispetto al 2016 sulla base della variazione degli indici di rivalutazione contrattuali Istat. La stima dell’Iva a carico del contribuente si basa sul presupposto che questi, nelle sue abitudini di spesa, rifletta quelle medie delle famiglie italiane di tre componenti come rilevate dall’Istat. Per l’addizionale regionale Irpef si è fatto riferimento a quella in vigore in Lombardia, mentre la Tari è quella del comune di Milano, infine l’aliquota dell’addizionale comunale è quella media dei capoluoghi di provincia I numeri Il nostro contribuente tipo paga complessivamente 23.609 euro di tasse su uno stipendio lordo, più assegni familiari, di 50.566 per una pressione tributaria che arriva al 46,6%. Per fare qualche esempio: servono 86 giorni per far fronte al mostro dell’Irpef: in pratica solo a fine marzo il quadro finirà di saldare il conto dell’imposta sul reddito. E, se ci aggiungiamo i contributi, si arriva a sfiorare maggio. Quasi due settimane se ne vanno per le imposte locali. Passando dal calendario alla singola giornata lavorativa, 224 minuti sono destinati a pagare imposte e contributi. Con quasi due ore ogni giorno dedicate all’Irpef. Non è un po’ troppo?

corriere.it