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Lavoro, l’Istat rifà i conti. Ma i giovani rimangono sempre fuori

Non perdiamo solo occupati. Perdiamo pezzi di popolazione. L’allarme è stato lanciato l’anno scorso, si è parlato di nascite al minimo dall’Unità d’Italia. Però in effetti il calo delle nascite è cominciato molto prima, dal 1964. E i risultati sono già evidenti: l’Istat ha deciso di cercarli anche nell’elaborazione delle statistiche del lavoro. Scoprendo che il calo degli occupati per i più giovani si attenua: molti posti si sono persi per “effetto demografico” più che per la cattiva congiuntura economica. Anche per gli ultracinquantenni si modera un po’ il forte guadagno dei posti di lavoro.

L’effetto più interessante di questa nuova lettura “combinata”, che comparirà nei comunicati ufficiali a partire dai dati di dicembre (pubblicazione prevista il 31 gennaio) riguarda però la fascia di mezzo, che risulta letteralmente svuotata dalla riduzione della popolazione: 197.000 persone in meno, tanto che alla fine la perdita di “soli” 160.000 posti di lavoro si traduce in un guadagno, seppur modesto, di 37.000 unità.

istat

I nuovi dati sono tutti nella tabella, sono molto chiari. Appare altrettanto chiaro che però i giovani rimangono, anche sulla base di questa nuova lettura, i grandi esclusi dal mercato del lavoro. I loro tassi di occupazione rimangono molto bassi: lasciamo perdere quello della fascia 15-24 (a quell’età i giovani in Italia non lavorano e raramente cercano lavoro, ma siamo obbligati a considerare questa fascia per uniformità con le rilevazioni degli altri Paesi Ue), ma quello della fascia 25-34 non arriva neanche al 60%.

Lo svantaggio si nota ancora di più dai tassi di disoccupazione, che in questa tabella non compaiono, ma che certo sono estremamente rilevanti visto che misurano il rapporto tra chi vorrebbe lavorare (le cosiddette forze di lavoro) e chi in quella fascia effettivamente lavora: quello degli ultracinquantenni è al 5,9%, mentre quello dei giovani tra i 25 e i 34 anni è al 18,9%. Si rischia dunque di favorire ancora di più gli espatri, le fughe, le si chiami come si vuole: è chiaro che un trentenne che non trova lavoro non si rassegna a rimanere in Italia con le mani in mano, lo cerca altrove.

Sbarrando le opportunità dei giovani si spopolerà ancora di più la fascia media dei lavoratori, che già adesso è falcidiata. Non sono solo i dati del mercato del lavoro che devono essere riletti alla luce dei dati demografici. Sono anche i dati demografici che nei prossimi anni rischiano di peggiorare ulteriormente, con l’abbandono dei giovani che si aggiunge agli effetti del calo delle nascite.

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