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Palermo, operato di cancro ma era solo un nodulo. “Ora ho mezzo polmone in meno”

Una sfilza di esami inutili, una diagnosi sbagliata di tumore e un intervento chirurgico per asportare mezzo polmone poi risultato sano. È il calvario denunciato da un impiegato regionale di 61 anni operato nel centro d’eccellenza Ismett di Palermo. La struttura però ha difeso le scelte dei suoi dipendenti facendo naufragare il tentativo di conciliazione. A far luce su quanto accaduto sarà la procura di Palermo che ha aperto un fascicolo per lesioni colpose. Nell’inchiesta coordinata dal sostituto procuratore Renza Cescon sono indagati tre medici: il chirurgo toracico Alessandro Bertani, e le anatomopatologhe Rosa Liotta e Gaia Chiarello.

Nel settembre del 2014 Vincenzo La Fata, fumatore accanito e reduce da un tumore alla prostata, si sottopone a una Tac di controllo che evidenzia una lesione al polmone destro, probabile esito di una tubercolosi che il paziente ha contratto da bambino. Il medico curante gli consiglia un controllo con i medici dell’smett, che a loro volta gli consigliano una Pet (un esame specifico per individuare eventuali cellule tumorali). Anche in questo caso l’esito è rassicurante.

I camici bianchi, però, non sono convinti e a dicembre fissano una broncoscopia: l’esito è di nuovo negativo. Ad aprile del 2015 il paziente si sottopone a un’altra Tac e a settembre ripete la Pet. L’esito è lo stesso. Eppure a novembre i medici di Ismett decidono di eseguire una biopsia per capire la natura della lesione. Ed ecco che, per la prima volta, compare la diagnosi di “adenocarcinoma polmonare”. Il chirurgo, in base al referto istologico, decide di intervenire e il primo dicembre La Fata viene sottoposto a un intervento di “resezione del lobo polmonare superiore destro”. Gli viene asportata una porzione di organo poi inviata ai laboratori per l’esame istologico. Un mese e mezzo dopo la “sorpresa”, messa nero su bianco nel referto: non c’è nessun tumore. E anche l’esito della biopsia giudicata “positiva” viene ribaltato.

Inizia un nuovo calvario: l’-Ismett invia i vetrini all’ospedale “gemello” di Pittsburgh, in America. Anche La Fata fa le sue indagini rivolgendosi all’Istituto europeo oncologico di Milano. In entrambi i casi arriva la conferma che quel nodulo sospetto era solo l’esito di una tubercolosi infantile o di un enfisema polmonare.

Una ipotesi suffragata dai due consulenti di parte interpellati della famiglia La Fata difesa dall’avvocato milanese Polo Di Fresco. In base alla lettura della cartella clinica il medico legale Nunzia Albano conclude senza mezzi termini: «Per errori medici e chirurgici il paziente è stato inutilmente sottoposto a molteplici approfondimenti diagnostici e terapie chirurgiche inutili e dannose». Lo conferma l’altro consulente, lo pneumologo dell’ospedale Cervello Giuseppe Arcoleo, che parla di «errori diagnostico-terapeutici poi rivelatisi esorbitanti ».

«Oggi – racconta La Fata – mi trovo con mezzo polmone in meno, mi affatico per fare due passi e ho dovuto cominciare ad assumere psicofarmaci. Per molto tempo ho creduto di essere affetto da tumore e ho
dovuto mettermi in aspettativa dal lavoro. Ancora soffro di insonnia e crisi d’ansia».

Una ricostruzione non in linea con quella di Ismett, tanto che il 16 febbraio scorso l’avvocato della struttura ha fatto saltare il tavolo dell’arbitrato obbligatorio per i contenziosi sanitari. Contattati telefonicamente, i vertici della struttura preferiscono non commentare. La palla adesso passa alla procura, che dovrà decidere se chiedere il rinvio a giudizio.

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