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Assegni familiari, riparte il lavoro del Senato per il sostegno universale

MILANO – Si riapre al Senato il cantiere della sistemazione degli assegni familiari, con la proposta di un sostegno “universale” per i figli a carico, che raggiunga anche autonomi e incapienti. La commissione Finanze del Senato ha ripreso dopo diversi mesi l’esame del disegno di legge delega Lepri, citato tra l’altro da Tommaso Nannicini al Lingotto. “Dovremmo leggere con particolare attenzione le proposte che arrivano dai gruppi Welfare, Fisco e Lavoro di cittadinanza. Per esempio per introdurre un sistema di assegno familiare universale, sulle linee del lavoro impostato da Stefano Lepri al Senato, superando due iniquità del nostro sistema: il fatto che gli incapienti e il lavoro autonomo siano fuori dall’area di questa protezione”, ha esortato l’economista del Pd dal Lingotto. “La prossima settimana si vota – assicura il relatore al provvedimento, Moscardelli – e visto il consenso registrato al Lingotto puntiamo a chiudere al più presto”. Resta il nodo coperture, visto che la proposta aggiunge 2 miliardi (4 a regime) ai 19 che oggi si spendono per i vari assegni familiari che sarebbero riassorbiti dal nuovo strumento.

Il disegno di legge delega di Lepri contiene una proposta radicale: un colpo di spugna sulle esistenti forme di sostegno alla famiglia (in particolare a coloro che hanno figli a carico), che verrebbero sostituite da un’unica misura, universalistica, per ogni figlio a carico da incassare fino al compimento di 26 anni. Si stima che il nuovo strumento potrebbe garantire “200 euro al mese fino a 3 anni, 150 fino a 18 e 100 euro al mese fino ai 26 anni”, legato però alle soglie Isee che, stando alle simulazioni “fatte anche da Upb e Banca d’Italia, consentirebbe a due terzi delle famiglie di avere tutto il beneficio, un altro 20% l’avrebbe ridotto e un ulteriore 15% resterebbe fuori”. Oltre all’equità la misura avrebbe il vantaggio di essere “certa”, perché non più legata alla condizione di lavoro, e “semplice, mentre oggi si hanno 7-8 misure diverse”. Si darebbe dunque vita a un meccanismo di sostegno a calare: assegno pieno fino ai 3 anni, poi ridotto con uno scaglione fino alla maggiore età e quindi ulteriormente ribassato fino all’azzeramento totale dopo 26 anni. Altro parametro da prendere in considerazione, l’Isee: pieno fino a 30mila euro di reddito equivalente, poi di nuovo a calare tra 30 e 50mila euro. Previsti meccanismi ulteriormente incentivanti con la crescita del nucleo familiare (minori vincoli con più figli).

“Il modello è quello del ‘child benefit’ di Regno Unito o Germania”, spiegava Lepri qualche tempo fa. L’universo di provvedimenti sul quale incidere è notevole: i carichi di famiglia interessano 12 milioni di contribuenti e costano alle casse statali 20 miliardi. La stima dei proponenti è di utilizzare quelle risorse, ridistribuite, “e riuscire a garantire una crescita del 10% annuo delle risorse – nel giro di un biennio – grazie a ulteriori risparmi di spesa. A regime, quindi, si dovrebbe arrivare a 24 miliardi annui, per un contributo che potrebbe oscillare tra 100 e 150 euro mensili per ogni figlio a carico”.

Non mancano alcuni rilievi critici, espressi da ultimo dall’Ufficio parlamentare di bilancio che era stato audito sul tema in autunno. L’Autorità dei conti pubblici da una parte sottolineava che la proposta del ddl affronta le principali criticità degli strumenti monetari vigenti a sostegno delle responsabilità familiari in Italia, superando la loro natura categoriale e dando soluzione al problema dell’incapienza fiscale. Si tratta di avanzamenti che dovrebbero contribuire a una maggiore efficacia in termini di riduzione della povertà minorile poiché verrebbero raggiunti nuclei poveri che oggi non beneficiano di sostegno”. E annotava anche “un incremento non trascurabile delle risorse impiegate, pari a circa il 25 per cento degli attuali stanziamenti”. D’altra parte, sottolineava il problema di non riuscire a centrare perfettamente il bersaglio di sostenere chi ha bisogno d’aiuto: “L’efficacia del nuovo istituto viene condizionata da un targeting non specificamente orientato ai nuclei più a rischio. Il nuovo assegno infatti garantisce un trattamento uniforme a circa due terzi delle famiglie con figli a carico e,
per rimanere coerente con il vincolo finanziario, finisce per premiare necessariamente i nuclei con redditi medi e medio alti, mentre i nuclei con redditi più bassi, oggi titolari di trattamenti più cospicui, beneficiano di incrementi minori, o in qualche caso nulli o negativi”.

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