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Sanità, ecomostri e progetti falliti Gli ospedali grandi incompiuti

Altri sessantamila metri quadrati che nessuno vuole. Sei anni e mezzo dopo, il vecchio ospedale Sant’Anna di Como è ancora lì da vendere. L’ultimo bando, aperto il primo dicembre 2016 da Infrastrutture Lombarde (la holding del Pirellone per l’edilizia sanitaria), cerca di allettare di nuovo possibili acquirenti: «L’ex ospedale si colloca lungo la strada d’ingresso al nucleo storico della città (in via Napoleona, nel quartiere di Camerlata, ndr). È una localizzazione strategica, a forte valenza ambientale e ad alta accessibilità (…). E con la presenza di un autosilo di grande capienza». La base d’asta è di 22 milioni e 497 mila euro, le offerte devono arrivare entro mezzogiorno del 31 gennaio 2017. Non ne arriva neppure una. Ancora adesso al Pirellone devono decidere il da farsi. Le aspettative sono fallite. Il primo marzo 2011 ben sei autorità di allora sottoscrivono un accordo di programma per la «localizzazione di funzioni residenziali, terziarie e commerciali da affiancare alle strutture pubbliche, così da assicurare una pluralità di usi caratteristica di un quartiere dalla forte valenza urbana». Ma il governatore Roberto Formigoni, l’assessore alla Sanità Luciano Bresciani, il presidente della Provincia di Como Leonardo Carioni, il sindaco Stefano Bruni, il direttore generale dell’azienda ospedaliera Marco Onofri e il direttore generale di Infrastrutture lombarde Giulio Rognoni non si aspettano che quel pezzo di città è destinato a trasformarsi in una zona abbandonata.

E non è l’unica. Nel decennio d’oro dell’allora governatore Roberto Formigoni sono stati tirati su nuovi ospedali ovunque (come il nuovo Niguarda a Milano, il Papa Giovanni XXIII a Bergamo, il Salvini a Garbagnate, il San Gerardo a Monza, il Sant’Anna a Como, Vimercate, Legnano e il Dea del San Matteo di Pavia). Due miliardi di euro spesi, costruzioni in tempi record, taglio di nastri, spazi sicuramente più confortevoli per i malati. Il problema è che i progetti di riqualificazione dei vecchi immobili in troppi casi sono falliti, in altri si stanno trascinando a rilento. Il risultato è tutto da vedere: edifici fantasma in stato di degrado che rappresentano le incompiute della Sanità. Il tutto mentre altri nuovi ospedali sono in fase di costruzione, come l’imponente Città della Salute che unirà l’Istituto dei Tumori e il neurologico Besta all’ex area Falck. Per i vecchi edifici in Città Studi a Milano non c’è ancora nessun progetto. Saranno gli ennesimi buchi neri nel cuore della città? Lo stesso in futuro può valere per il San Carlo e il San Paolo, sempre a Milano, visto il progetto di unirli in un nuovo ospedale. E il governatore Roberto Maroni pensa anche a un ospedale unico tra Busto Arsizio e Gallarate.

Oltre all’ex Sant’Anna di Como, gli esempi più eclatanti di vecchi ospedali dimenticati sono Vimercate, il San Matteo di Pavia e Legnano. A Vimercate il trasloco nel nuovo ospedale si conclude il primo dicembre 2010. Da allora tutte le promesse di ridare vita ai 56 mila metri quadrati rimasti vuoti sono finite nel nulla. Ancora lo scorso 23 febbraio l’assessore della Sanità Giulio Gallera torna a rassicurare: «Confermo la volontà e disponibilità a proseguire secondo l’accordo di programma per il recupero delle aree del vecchio ospedale. Ma se ora si verificano ritardi è perché l’amministrazione comunale presenta la volontà di fare cambiamenti urbanistici (il riferimento è alla giunta del Movimento 5 Stelle che vince le elezioni nel giugno 2016, scalzando il centrosinistra, ndr)». È una storia che si trascina dal 9 aprile 2009, data della firma della prima intesa tra Regione, Comune e azienda ospedaliera. Allora l’idea è di vendere per fare edificare un nuovo quartiere che comprende anche l’ex cava Cantù e il vecchio consorzio agricolo. La previsione è di incassare 20 milioni di euro, che prima ancora di essere messi in tasca vengono spesi per costruire il nuovo ospedale. Di appartamenti, uffici, servizi pubblici e negozi non c’è traccia: dopo otto anni — e una serie di gare andate deserte — la politica sta ancora discutendo di piani integrati d’intervento e di oneri di urbanizzazione. Nelle prossime settimane non è da escludere un incontro tra i vertici dell’azienda ospedaliera e gli organi di vigilanza della Regione per capire come comportarsi davanti a quei venti milioni di euro già spesi, ma mai rientrati nelle casse pubbliche.

E anche le immagini dei padiglioni abbandonati del San Matteo di Pavia sono di desolazione assoluta. Il nuovo Dea, il dipartimento di Emergenza e Accettazione inaugurato il 31 ottobre 2013, è una struttura di 65 mila metri quadrati, con un Pronto Soccorso d’alta specialità e le degenze di medicina, di chirurgia e delle altre specialità per 500 posti letto. Come se fossero trascorsi solo pochi mesi, nelle vecchie Chirurgie 1 e 2 si vedono ancora tutte le apparecchiature mediche, negli altri reparti lungo corridoi deserti ci sono letti con appoggiate sopra le cartelle cliniche, carrelli con i medicinali e sacchi dell’immondizia.

Altre date, sempre gli stessi problemi. Il nuovo Civile di Legnano è stato inaugurato il 4 febbraio 2010. Ma i 4 milioni di euro considerati indispensabili per trasformare il vecchio edificio in una «cittadella della fragilità» sono arrivati solo il 2 agosto 2016. I lavori di ristrutturazione delle palazzine non sono ancora partiti. Nel frattempo, negli ultimi mesi, negli spazi che non devono essere messi a norma i vertici ospedalieri stanno sviluppando un presidio sociosanitario territoriale (Presst), con attività ambulatoriali (dal centro prelievi, all’odontoiatria e oculistica, fino alla distribuzione diretta di farmaci). Un segnale che forse qualcosa si sta muovendo. Finalmente.

di Simona Ravizza
milano.corriere.it