Federazione Sindacati Indipendenti

Nella fabbrica occupata dai luddisti francesi 4.0: “Demoliamo le macchine per salvare il lavoro”

LA SOUTERRAINE – Un taglio profondo squarcia la ghisa del piano di lavoro della saldatrice: “L’abbiamo distrutta e ci sono rimasto male. Quella macchina l’ho adattata io, dieci anni fa, quando è arrivata in fabbrica. Ognuna di queste macchine è frutto del nostro lavoro. Le facciamo a pezzi per salvarle dall’abbandono e difendere il nostro posto. Anche per questo abbiamo appeso le bombole del gas al silos del propano minacciando di far esplodere l’officina. Lo so, è un paradosso”. Quella che racconta il capotecnico e sindacalista Cgt Vincent Labrousse è solo una delle tante contraddizioni della Francia profonda dove si inventa il luddismo 4.0: distruggere le macchine per salvare le macchine.

La rivolta della GM&S di La Souterraine, nel cuore solo geografico della Francia, una periferia sociale al centro del Paese, è una battaglia di sopravvivenza: i 278 dipendenti sono l’unica fonte di reddito della zona. Al mercato del sabato mattina Jeanne vende salamini: alle verdure, al formaggio, al peperoncino. Offerta di lancio: quattro salami, dieci euro. È molto preoccupata: “Se chiudono quella fabbrica, prima o poi muore anche questo mercato”. Vincent rivendica con orgoglio: “Stampiamo parti in lamiera per le auto di Peugeot e Renault”. In una teca di vetro, come al museo, sono custoditi i prodotti: coppe dell’olio, supporti per i radiatori, sostegni per parafanghi.

Non bisogna lasciarsi ingannare dalla teca. La verità può essere dura da digerire per chi da mesi combatte strenuamente. Seduti al lungo tavolo di assi sistemato in mezzo ai macchinari, Jean Marc e Bruno mangiano panini alla salsiccia. Jean Marc lavora alla GM&S da 31 anni. Diciamolo: coppe dell’olio, pezzi di parafango, non si può dire che sia una produzione ricca. Dov’è l’innovazione? Qualsiasi fabbrica in Turchia o in Cina è in grado di produrre questi pezzi. Jean Marc potrebbe scagliarmi in faccia la salsiccia ma, incredibilmente, non lo fa. Gli operai de La Souterraine minacciano di far esplodere le bombole ma non si fanno prendere dalla rabbia. Sono dei miti bombaroli. E accettano la provocazione: “Certo, si potrebbero produrre tutte queste cose a basso costo fuori dalla Francia. Ma che senso ha sprecare denaro e energia per trasportare un pezzo dalla Cina e montarlo su un’auto che si vende in Francia?”. Bruno teorizza: “Queste sono le assurdità della globalizzazione”. Come si dovrebbe fare allora per salvare la vostra fabbrica? “Semplice, i pezzi che servono alle auto vendute in Francia, si fanno in Francia. Quelli per le auto vendute in Cina si producono in Cina”. Insomma, la linea protezionista di Trump… Insulto sanguinoso in una fabbrica in cui quasi tutti hanno votato per la sinistra radicale di Melenchon. Jean Marc non ci sta: “Il protezionismo non lo ha inventato Trump. C’era già prima. Lo Stato francese ha dato miliardi di aiuti a Peugeot e Renault per difendere l’industria francese dell’auto. E adesso Peugeot e Renault, che hanno preso i soldi pubblici, si rifiutano di darci le commesse. Così veniamo presi in giro due volte: come contribuenti finanziamo i costruttori dell’auto e come dipendenti dell’indotto perdiamo il posto di lavoro. Assurdo”.

Per far vivere la fabbrica servirebbero almeno 25 milioni di commesse. Ma tutti sanno che è una soglia minima perché, a ben vedere, per salvare 278 posti ci vorrebbe un fatturato di 40 milioni. L’ultimo a promettere la salvezza a La Souterraine è stato un italiano, Gianpiero Colla. Nel 2014 ha ottenuto 4 milioni di anticipi da Peugeot. Ma un anno fa ha alzato bandiera bianca: “E nel frattempo ha trasferito nella sua holding londinese più di 800mila euro”, accusano i sindacalisti. Oggi, in amministrazione giudiziaria, si aspetta una nuova trattativa tra il curatore, Renaud Le Youdec, e i due costruttori francesi. Peugeot avrebbe garantito fino a 10 milioni di commesse, Renault non più di 5. Troppo poco. Martedì Le Youdec ha annunciato lo stallo e il sindacato ha occupato la fabbrica.
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