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Milano, in pausa pranzo senza timbrare il cartellino: 8 dipendenti della dogana rischiano il posto per la legge Madia

Abbandonavano il posto di lavoro in pausa pranzo senza strisciare il badge, come dovevano, all’uscita e al ritorno in ufficio. E risultavano così presenti alla scrivania per più tempo rispetto a quello reale. Ora, in 8 rischiano il licenziamento, così come previsto dalla nuova legge sulla pubblica amministrazione (il decreto Madia) anche se le loro condotte hanno portato a un danno per l’ente pubblico di poche centinaia di euro. L’indagine della procura di Milano riguarda un gruppo di funzionari dell’Agenzia delle dogane al lavoro presso il laboratorio chimico, un ufficio che si occupa di analizzare merci e prodotti alimentari che vengono immessi sul mercato interno, ma anche quelli destinati alle esportazioni. Dopo alcuni mesi di lavoro, il pm Eugenio Fusco ha chiuso le indagini per il gruppo di 8 funzionari, in vista della richiesta del processo, mentre resta aperta la posizione di altri 8 colleghi.

All’Agenzia delle dogane il regolamento prevede che i dipendenti possano godere della pausa pranzo all’interno della struttura, oppure uscire all’esterno in un arco temporale massimo che va dalle 13 alle 15. Per chi decide di consumare il pranzo in mensa, viene calcolato un tempo di mezz’ora, da sottrarre all’orario di lavoro giornaliero. Per chi esce, invece, fa fede proprio il tesserino: il tempo che trascorre tra la strisciata del badge in uscita e la strisciata in entrata viene recuperato alla fine della giornata lavorativa. L’abitudine degli indagati era, invece, di uscire dall’ufficio senza timbrare il cartellino, facendosi scalare solo mezz’ora di tempo, anche se l’assenza dal lavoro – nei casi più gravi – superava le due ore.

Un comportamento che sarebbe continuato se non ci fosse stata la segnalazione di un dipendente, un vero e proprio ‘whistleblower’ che ha informato delle violazioni la direzione centrale dell’Agenzia delle dogane, a Roma. Da qui, la denuncia è arrivata in procura, che ha dato il via alle indagini. Il comportamento dei dipendenti è stato monitorato per pochi mesi, senza la necessità di attivare particolari strumenti d’indagine. Gli uffici erano già dotati di telecamere installate agli ingressi per ragioni di sicurezza. E pochi controlli hanno certificato le violazioni del gruppo di dipendenti. Alcuni uscivano e rientravano senza timbrare, ma superando di poco la soglia della mezz’ora concessa per restare in mensa, per altri gli intervalli di tempo erano maggiori e superavano anche le due ore previste dal contratto di lavoro.

La procura ha dato un valore economico alle violazioni da un minimo di 20 euro per le meno gravi, a circa 400 per le più estese. Una quantificazione che però non cambia quello che potrebbe essere
il comune destino a cui vanno incontro gli indagati in caso di condanna: il licenziamento. È infatti l’articolo 55-quinques del decreto legislativo 165 del 2001, così come modificato dalla riforma Madia, a far scattare il grave provvedimento, senza una graduazione della sanzione legata all’entità del danno all’ente pubblico. In caso di condanna, sarebbe uno dei primi casi nel capoluogo lombardo.

@sanderic
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