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Sanità, la Lombardia mette un tetto ai pendolari della salute: 30 milioni di tagli in vista

L’agitazione è molta. Tanto che, tramite una lettera firmata da Confindustria Lombardia, gli ospedali hanno anche bussato fino alla porta del governatore Roberto Maroni, per chiedere di fermare questi tagli che, di qui ai prossimi tre anni, peseranno sulle loro casse per oltre 30 milioni di euro. E fisseranno un tetto massimo di pazienti da curare e guadagni da incassare, dal quale non si potranno più muovere. È battaglia sulla decisione del Pirellone di sforbiciare le cure ai pazienti non lombardi, e in arrivo dal resto d’Italia, che vengono fatte ogni anno dagli ospedali privati convenzionati con il sistema sanitario pubblico, mettendo un tetto a un centinaio di prestazioni.

Un capitolo importante, se si considera che il settore in tutto vale 687 milioni, e per oltre il 66 per cento è appaltato a cliniche e case di cura. Che ricoverano, in media, ogni dodici mesi oltre 91mila pazienti (su 147mila) in arrivo sia da regioni vicine come Piemonte ed Emilia, sia dal sud come Sicilia, Calabria e Puglia. Una vera e propria migrazione, insomma: del resto, la Lombardia è la regione che ha il tasso di attrattività più alta a livello nazionale. Ebbene, a questo flusso di persone – in arrivo sia per operazioni complesse, come interventi alla colonna vertebrale o al cuore, sia per cure comuni come il laser per le vene varicose – Palazzo Lombardia ha deciso di mettere un freno. Nei giorni scorsi la giunta Maroni ha approvato una delibera che mette per i ricoveri nelle cliniche un limite per i pazienti non lombardi. Ovvero, quei malati che spesso arrivano a Milano, Pavia o Brescia per essere operati da primari e luminari che, prima, li hanno visitati negli studi privati che hanno aperto in altre regioni.

Per questo capitolo, così, nel 2017 la Regione non sborserà agli ospedali privati più di 129 milioni, contro i 142 dell’anno scorso. Questo vuol dire che, se le cliniche a fine anno presenteranno al Pirellone un conto più alto, non verranno pagate. Stesso discorso per il 2018, in cui il tetto sarà di 116 milioni, e il 2019, in cui sarà di 104. E sarà definitivo: questo significa che, anche negli anni dopo, da quella cifra non si potrà sforare.

Dal “tetto”, è bene precisarlo, saranno escluse le cure altamente specialistiche, come quelle per i malati oncologici fatte negli Irccs, gli istituti di ricerca. Di fatto, però, il tema preoccupa non poco gli operatori del settore, soprattutto per alcune specialità come l’emodinamica e la chirurgia bariatrica per pazienti obesi: i privati già l’anno scorso sul tema avevano avviato un’intensa attività di lobbying, per fermare quei tagli all’epoca solo annunciati. E, adesso, diventati realtà. “Si tratta – spiega l’assessore al Welfare Giulio Gallera – di una manovra che noi stiamo attuando in base a una disposizione nazionale”.

A stabilire il taglio alle cure ai pazienti che arrivano da altre regioni è stata, infatti, la legge di stabilità del 2012. “Finora non avevamo mai applicato il tetto, convinti che fosse necessario rispettare la libertà dei pazienti di scegliere dove curarsi – dice Gallera – Adesso però, siamo costretti a far diventare i tagli operativi, anche in base a quanto previsto dalla conferenza Stato-Regioni. Stiamo comunque studiando accordi con le regioni più vicine, per evitare che possano esserci, per esempio, dei disservizi ai malati che da Piacenza scelgono di curarsi a Cremona o Pavia”.

Certo è che il meccanismo dei rimborsi per le cure ai pazienti non lombardi
è complesso. Se un malato proveniente da un’altra regione viene curato in una struttura lombarda, questa “fattura” il costo delle cure al Pirellone. Che salda il conto, e si “rifà” sulla regione di provenienza del malato, inviandogli la fattura. Tutto regolare, se non fosse che il sistema spesso si inceppa. E che dalle regioni con bilanci non in ordine, non è immediato il pagamento dei debiti. Con il risultato che questi, spesso, si accumulano.