Federazione Sindacati Indipendenti

Impiego pubblico, trattamento economico e di quiescenza, personale dell’amministrazione degli affari esteri, indennità di servizio all’estero, Cassazione Civile, sez. lavoro, sentenza 11/07/2016 n° 14112

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Sentenza 11 luglio 2016, n. 14112

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MACIOCE Luigi – Presidente –

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – Consigliere –

Dott. TORRICE Amelia – Consigliere –

Dott. BLASUTTO Daniela – Consigliere –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 26790-2014 proposto da:

MINISTERO AFFARI ESTERI E COOPERAZIONE INTERNAZIONALE, C.F. (OMISSIS), in persona del Ministro pro tempore, domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope legis;

– ricorrente –

contro

R.P., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA OTTORINO LAZZARINI 19, presso lo studio dell’avvocato UGO SGUEGLIA, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato ANDREA SGUEGLIA, giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 10037/2013 della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il 12/05/2014, R.G. N. 10665/2010;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 04/05/2016 dal Consigliere Dott. ANNALISA DI PAOLANTONIO;

udito l’Avvocato VERDIANA FEDELI;

udito l’Avvocato UGO SGUEGLIA;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. FINOCCHI GHERSI Renato, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Svolgimento del processo

1 – La Corte di Appello di Roma ha respinto l’impugnazione proposta dal Ministero degli Affari Esteri avverso la sentenza del Tribunale di Roma che, in parziale accoglimento del ricorso di R. P., aveva dichiarato l’illegittimità del provvedimento del 19 marzo 2009 , con il quale il Ministero aveva disposto il rientro anticipato del dipendente, sino a quella data assegnato alla Ambasciata di Berlino. Il giudice di prime cure aveva, inoltre, condannato il resistente al risarcimento dei danni, quantificati in misura pari alle differenze fra il trattamento economico spettante al personale in servizio all’estero e quello effettivamente percepito dopo il rientro in Italia.

2 – La Corte territoriale ha, invece, ritenuto fondato l’appello incidentale ed ha dichiarato l’illegittimità della sanzione disciplinare inflitta a R.P. in data 28 febbraio 2009.

3 – Ha osservato il giudice di appello che:

a) era stato violato il termine perentorio per la contestazione degli addebiti previsto dall’art. 24 del CCNL 16.5.1995, come modificato dall’art. 12 del CCNL 12.7.2003, in quanto i fatti coincidevano, per lo più, con quelli segnalati nella lettera del 15.9.2008 sottoscritta da alcuni colleghi di lavoro del R., pervenuta alla amministrazione centrale il 23.10.2008;

b) la sanzione disciplinare inflitta aveva riguardato tutte le condotte ascritte, unitariamente considerate, sicché la tardività di alcune contestazioni inficiava la validità dell’intero procedimento e della sanzione adottata a conclusione dello stesso;

c) in ogni caso era mancata la prova di gran parte dei fatti contestati, poiché il Ministero aveva fatto leva sull’esito della verifica svolta dai funzionari dell’Ambasciata e sulla denuncia inviata dai colleghi di lavoro del R., ossia su documenti privi di efficacia dimostrativa delle circostanze accertate o denunciate;

d) anche l’addebito relativo alla mancata prestazione di attività lavorativa nella giornata del 15 dicembre 2008, contrariamente a quanto ritenuto dal giudice di prime cure, era stato contestato dall’appellante incidentale e, in ogni caso, non poteva giustificare da solo la sanzione inflitta, una volta escluse le altre condotte per le quali il procedimento era stato avviato e concluso;

e) la ritenuta illegittimità della sanzione disciplinare spiegava effetti anche sul provvedimento con il quale era stato disposto il rientro in Italia, poiché determinava il venir meno della ragione giustificatrice richiamata nell’atto;

f) la sentenza impugnata aveva correttamente quantificato il risarcimento del danno spettante al R. in misura pari alle utilità economiche non ricevute.

4 – Per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso il Ministero degli Affari Esteri sulla base di sette motivi. R.P. ha resistito con tempestivo controricorso, illustrato da memoria ex art. 378 c.p.c..

Motivi della decisione

1 – E’ infondata l’eccezione di tardività del ricorso sollevata dalla difesa del controricorrrente.

La sentenza impugnata è stata depositata il 12 maggio 2014 e, quindi, il termine previsto dall’art. 327 c.p.c. , nel testo applicabile ratione temporis, scadeva il 12 novembre 2014.

La notificazione è stata correttamente effettuata dall’Avvocatura Generale dello Stato, ai sensi della L. 19 giugno 2009 n. 69, art. 55 con consegna del plico all’ufficio postale nell’ultimo giorno utile.

E’ applicabile alla fattispecie il principio di diritto, già affermato da questa Corte, secondo cui “in materia di notificazioni, la L. 18 giugno 2009, n. 69, art. 55, comma 1, consente all’Avvocatura dello Stato di eseguire le notificazioni di atti civili, amministrativi e stragiudiziali ai sensi della L. 21 gennaio 1994, n. 53 , e prescrive che a tal fine ciascuna Avvocatura distrettuale e l’Avvocatura centrale si dotino di un apposito registro cronologico, conforme alla normativa, anche regolamentare, vigente. Ne consegue che, mancando una previsione di specifiche modalità di esecuzione delle notifiche a mezzo servizio postale, si applica la L. 21 gennaio 1994, n. 53 , il cui art. 3, comma 3, rinvia, per il perfezionamento della notificazione, alla L. 20 novembre 1982, n. 890, art. 4 e segg. e, pertanto, nel caso di notificazione effettuata dal difensore della parte a mezzo servizio postale, essa si ha per eseguita alla data di spedizione del piego, da comprovare mediante prova documentale dell’avvenuta esecuzione delle formalità presso l’ufficio postale” (Cass 18 2.2014 n. 3811 e negli stessi termini Cass. 30.10.2015 n. 22226).

Non si ravvisa ragione alcuna che possa giustificare la rimessione alle Sezioni Unite, invocata dalla difesa del controricorrente nella memoria ex art. 378 c.p.c. , atteso che la giurisprudenza di questa Corte è consolidata nell’affermare che “il principio della scissione degli effetti della notificazione per il notificante ed i destinatario, previsto dall’art. 149 c.p.c. , è applicabile anche alla notificazione effettuata dall’avvocato, munito della procura alle liti e (fin quando la norma è stata in vigore, anche) dell’autorizzazione del consiglio dell’ordine cui è iscritto, a norma della L. 21 gennaio 1994, n. 53, art. 1, sicchè, per stabilire la tempestività o la tardività della notifica, rileva unicamente la data di consegna del plico all’agente postale incaricato del recapito secondo le modalità stabilite dalla L. 20 novembre 1982, n. 890 (in tali espressi termini: Cass. 27 aprile 2015, n. 8489; Cass. 3 luglio 2014, n. 15234; sull’applicazione del principio della c.d. scissione degli effetti alla L. n. 53 del 1994 , v. già: Cass. 20 febbraio 2013, n. 4242; Cass. 30 luglio 2009, n. 17748; Cass. 1 aprile 2004, n. 6402; Cass. 19 gennaio 2004, n. 709): e sempre, beninteso, che la notifica sia andata poi a buon fine” (Cass. 19.1.2016 n. 770).

Irrilevante è la questione del mancato rispetto delle formalità previste dalla L. n. 53 del 1994 , poiché la costituzione in giudizio ha sanato, con efficacia retroattiva, ogni vizio del procedimento notificatorio.

1.1 – Il Ministero ricorrente ha depositato copia della sentenza notificata il 10 luglio 2014 presso la sede del Ministero, notifica che, in quanto finalizzata a produrre effetti nella sola procedura esecutiva, non è idonea a far decorrere il termine breve per la impugnazione.

1.2 – Non determinano, poi, inammissibilità della impugnazione le circostanze indicate a pag. 22 del controricorso, perché il controricorrente, pur invocando l’accordo sottoscritto dalle parti (del quale, tra l’altro, non trascrive il contenuto) riconosce che lo stesso è stato siglato “all’esito di una lunga procedura transattiva del tutto svincolata dai giudizi in corso”. L’avvenuto collocamento a riposo per sopraggiunti limiti di età non fa, poi, venire meno l’interesse all’accertamento della legittimità dei provvedimenti adottati, giacché il Ministero è stato condannato dal Tribunale al risarcimento dei danni che sarebbero derivati dalla assenta illegittimità del trasferimento.

2 – Con il primo motivo di ricorso il Ministero denuncia ” violazione e/o falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c. – non corrispondenza fra chiesto e pronunciato pronuncia in assenza di domanda di controparte in relazione all’art. 360 c.p.c. , n. 3 – nullità della sentenza per violazione dell’art. 112 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c. , n. 4″. Sostiene che la Corte territoriale, una volta accertata la sussistenza dell’illecito commesso il (OMISSIS), non avrebbe potuto dichiarare l’illegittimità del provvedimento disciplinare per difetto di proporzionalità fra fatto contestato e sanzione, perché il ricorrente, come rilevato dal Tribunale, aveva agito negando in radice gli addebiti e non aveva proposto alcuna domanda subordinata.

2.1 – Il motivo è manifestamente infondato giacché, come sottolineato dal controricorrente, la sentenza di primo grado, che aveva ritenuto di non potere valutare d’ufficio, in assenza di una espressa sollecitazione in tal senso, il necessario rapporto di proporzionalità fra l’unico fatto provato e la sanzione inflitta, era stata impugnata con uno specifico motivo di appello incidentale.

Non si ravvisa, pertanto, il denunciato error in procedendo, posto che, al contrario, la Corte doveva pronunciare sulla censura espressamente formulata.

Si aggiunga che, secondo il consolidato orientamento di questa Corte, “il principio della corrispondenza fra il chiesto ed il pronunciato può ritenersi violato ogni qual volta il giudice, interferendo nel potere dispositivo delle parti, alteri alcuno degli elementi obiettivi di identificazione dell’azione (“petitum” e “causa petendi”), attribuendo o negando ad uno dei contendenti un bene diverso da quello richiesto e non compreso, nemmeno implicitamente o virtualmente, nell’ambito della domanda o delle richieste delle parti; ne consegue che non incorre nel vizio di ultrapetizione il giudice che esamini una questione non espressamente formulata, tutte le volte che questa debba ritenersi tacitamente proposta, in quanto in rapporto di necessaria connessione con quelle espressamente formulate.” (Cass. 26.10.2009 n. 22595).

Dal principio discende che qualora, come nella specie, la sanzione disciplinare venga inflitta in relazione ad una pluralità di addebiti, tutti contestati in radice dal ricorrente, non incorre nel divieto di ultrapetizione il giudice che, ritenuti provati solo alcuni dei fatti di rilievo disciplinare, li ritenga di gravità non tale da giustificare la punizione inflitta, posto che la questione, anche se non dedotta in modo esplicito, risulta strettamente connessa alla domanda formulata.

3 – Il secondo motivo denuncia “violazione e/o falsa applicazione dell’art. 24 CCNL 16.5.1995 e s.m.i. (erronea retrodatazione del dies a quo del procedimento disciplinare – omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, in relazione all’art. 360 c.p.c. , nn. 3 e 5”. Si duole il ricorrente della ritenuta tardività della contestazione e, oltre ad anticipare temi sviluppati nei successivi motivi, non strettamente connessi alla questione della tempestività della contestazione, sostiene, in sintesi, che il procedimento disciplinare poteva essere avviato solo una volta riscontrati i fatti denunciati dai colleghi di lavoro del R., posto che la denuncia era vaga e non circostanziata. Aggiunge che la Corte territoriale aveva errato nella valutazione del contenuto dell’esposto e che la amministrazione aveva avuto contezza dei fatti poi contestati in sede disciplinare solo a seguito della ispezione effettuata il (OMISSIS).

3.1 – Il motivo è inammissibile.

Osserva innanzitutto il Collegio che, secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte, il vizio di violazione di norme di diritto consiste nella deduzione di un’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie normativa astratta e, quindi, implica necessariamente un problema interpretativo della stessa; viceversa, l’allegazione di una errata ricostruzione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa è esterna all’esatta interpretazione della norma ed inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, la cui censura è possibile, in sede di legittimità, sotto l’aspetto del vizio di motivazione. Il discrimine tra l’una e l’altra ipotesi è segnato dal fatto che solo quest’ultima censura, e non anche la prima, è mediata dalla contestata valutazione delle risultanze di causa (Cass. 26.3.2010 n. 7394 e negli stessi termini Cass. 10.7.2015 n. 14468).

Nel caso di specie il ricorrente, pur denunciando in rubrica la violazione della norma contrattuale e del principio di tempestività della contestazione, sostanzialmente censura le conclusioni alle quali il giudice del merito è pervenuto una volta valutate le prove offerte dalle parti e, quindi, la denuncia esula dall’ambito del vizio indicato nell’art. 360 c.p.c. , n. 3.

3.2 – Le doglianze sviluppate nel motivo risultano inammissibili anche ai sensi dell’art. 360 c.p.c. , n. 5, come riformulato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54.

Le Sezioni Unite di questa Corte hanno affermato che la disposizione sopra richiamata ha introdotto “nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia). Ne consegue che, nel rigoroso rispetto delle previsioni dell’art. 366 c.p.c. , comma 1, n. 6, e art. 369 c.p.c. , comma 2, n. 4, il ricorrente deve indicare il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sé, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie.” (Cass. S.U. 7.4.2014 n. 8053).

Con specifico riferimento al procedimento disciplinare questa Corte ha, poi, affermato che “la censura in sede di legittimità di violazione del principio di immediatezza della contestazione è inammissibile, ai sensi dell’art. 360 c.p.c. , comma 1, n. 5, come riformulato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54 conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134 , qualora il motivo di ricorso per l’omesso esame di elementi istruttori non si risolva nella prospettazione di un vizio di omesso esame di un fatto decisivo ove il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie.” (Cass. 9 luglio 2015 n. 14324).

Nella fattispecie la Corte territoriale ha esaminato tutta la documentazione prodotta, della quale ha sintetizzato il contenuto alle pagine da 2 a 4 della motivazione, ed ha comparato la contestazione disciplinare con la missiva del 15 settembre 2008, giungendo a ritenere i fatti sovrapponibili e, quindi, tardivo, in parte qua, l’avvio del procedimento.

Il ricorrente non ha indicato, nei termini precisati dalle Sezioni Unite, il fatto storico del quale sarebbe stato omesso l’esame e si è limitato a contrappo1re alla valutazione espressa dal giudice di appello una diversa ricostruzione dei fatti dei causa, sollecitando la Corte ad un sindacato di merito, non consentito in sede di legittimità.

4 – Analoghe considerazioni portano a ritenere inammissibile anche il terzo motivo di ricorso con il quale il Ministero degli Affari Esteri censura la sentenza impugnata per “omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti “. Sostiene il ricorrente che la Corte territoriale non avrebbe ben compreso il senso dell’addebito formulato, poiché l’inadempimento non si riferiva alla sola giornata del (OMISSIS), bensì anche alle settimane precedenti. Nel corso della ispezione, infatti, il dipendente aveva risposto alle domande “in modo confuso ed evasivo, denotando scarsa dimestichezza con la materia e non essendo in grado di produrre alcuna prova in formato cartaceo o elettronico di pratiche svolte”. La sanzione inflitta, pertanto, doveva essere ritenuta proporzionata all’inadempimento, anche una volta esclusi gli ulteriori addebiti contestati.

La censura esula dalla previsione del novellato art. 360 c.p.c. , n. 5 poiché, come già detto, la Corte territoriale ha esaminato tutta la documentazione entrata nel procedimento disciplinare e l’ha valutata nei termini sopra sintetizzati, sicché la doglianza del ricorrente si risolve nella prospettazione di una inammissibile valutazione alternativa.

5 – Il quinto motivo denuncia “violazione e/o falsa applicazione dell’art. 2697 c.c. ; violazione e/o falsa applicazione degli artt. 420-421 c.p.c. e art. 2699 c.c. e ss. e art. 2714 c.c. e ss.”.

Sostiene il ricorrente che la Corte territoriale avrebbe errato nel ritenere che la prova dei fatti contestati non potesse desumersi dalla documentazione prodotta, in assenza di ulteriori istanze istruttorie. Precisa che il verbale ispettivo, in quanto redatto da funzionari dell’Ambasciata nell’esercizio delle loro funzioni, ha natura di atto pubblico e, quindi, fa piena prova, sino a querela di falso, delle operazioni compiute dal pubblico ufficiale e di quanto avvenuto in suo presenza. Aggiunge che anche i fatti denunciati dai colleghi di lavoro dovevano ritenersi provati attraverso la produzione della missiva ed infine evidenzia che, in ogni caso, il Tribunale e la Corte di Appello avrebbero dovuto attivare i poteri officiosi di cui all’art. 421 c.p.c. e non accogliere la domanda per l’asserito difetto di prova in merito alla sussistenza degli addebiti.

5.1 – Il motivo è infondato in tutte le sue articolazioni.

In tema di illecito disciplinare l’onere della prova in ordine alla sussistenza dei fatti contestati grava sul datore di lavoro, il quale è tenuto a dimostrare di avere correttamente esercitato il potere, sicchè il lavoratore può limitarsi alla contestazione dei fatti e non è certo tenuto, come erroneamente afferma la difesa del ricorrente, a dimostrare la infondatezza degli addebiti.

Correttamente, pertanto, la Corte territoriale ha evidenziato che il Ministero non aveva assolto all’onere sullo stesso gravante, essendosi limitato alla produzione documentale, non sufficiente a provare i fatti contestati.

5.2 – Anche detta ultima affermazione è conforme a diritto in quanto, secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte, alla quale il Collegio intende dare continuità, “le scritture proveniente da terzi estranei alla lite non hanno efficacia di prova piena in ordine ai fatti da esse attestati e possono contribuire a fondare il convincimento del giudice solo unitamente ad altre circostanze che ne confortino l’attendibilità” (Cass. 7.11.2014 n. 23788).

I fatti denunciati dai colleghi di lavoro del R. non potevano, quindi, essere provati solo attraverso la produzione della missiva dagli stessi redatta, avente un mero valore indiziario.

5.3 – La relazione ispettiva, inoltre, non è qualificabile atto pubblico, ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 2699 c.c. , poiché costituiscono atti pubblici solo gli atti che i pubblici ufficiali formano nell’esercizio di pubbliche funzioni certificative, delle quali siano investiti dalla legge (in tal senso Cass. S.U. 9.4.1999 n. 215).

Nel rapporto di impiego contrattualizzato gli atti che il datore di lavoro compie sono tutti espressione di un potere privato e non autoritativo, sicché gli accertamenti compiuti nell’ambito del procedimento disciplinare non hanno la efficacia probatoria privilegiata di cui all’art. 2700 c.c..

Non sono applicabili alla fattispecie i principi affermati da questa Corte in relazione ai verbali redatti da funzionari degli istituti previdenziali e dagli ispettori del lavoro, posto che questi ultimi esercitano una pubblica funzione, finalizzata all’accertamento delle violazioni di norme inderogabili, al quale può conseguire l’irrogazione di sanzioni amministrative e penali.

5.4 – Infine è inammissibile la doglianza relativa al mancato esercizio dei poteri di cui all’art. 421 c.p.c. in quanto il ricorrente non allega di avere nel giudizio di merito espressamente e specificamente richiesto l’intervento officioso, né indica e trascrive nel ricorso l’atto con il quale detto intervento sarebbe stato sollecitato. Va, pertanto, ribadito il principio secondo cui “nel rito del lavoro, il mancato esercizio da parte del giudice dei poteri ufficiosi ex art. 421 c.p.c. , preordinato al superamento di una meccanica applicazione della regola di giudizio fondata sull’onere della prova, non è censurabile con ricorso per cassazione ove la parte non abbia investito lo stesso giudice di una specifica richiesta in tal senso, indicando anche i relativi mezzi istruttori.” (Cass. 23.10.2014 n. 22534; Cass. 12.3.2009 n. 6023; Cass 16 5 2002 n. 7119).

6 – Con il quinto motivo il Ministero degli Affari Esteri denuncia, ex art. 360 c.p.c. , n. 3, “violazione e/o falsa applicazione dell’art. 2103 c.c. e D.P.R. n. 18 del 1967, artt. 34 e 142″. Rileva che la Corte territoriale, nell’affermare che la illegittimità della sanzione disciplinare ” ridonda in motivo di illegittimità del provvedimento di mobilità del dipendente, pur nella configurazione proposta dall’amministrazione”, avrebbe omesso di considerare che la condotta del dipendente può avere una doppia valenza, nel senso che oltre a rilevare a fini disciplinari, può giustificare le scelte organizzative adottate dal datore di lavoro. Richiama giurisprudenza di questa Corte nonché altre decisioni di merito, per evidenziare che, a prescindere dalla responsabilità disciplinare, la condotta del R. aveva arrecato danno all’efficienza ed all’immagine dell’Ufficio, sicché giustificato doveva ritenersi il provvedimento con il quale era stato disposto il rientro in sede.

6.1 – Il capo della decisione relativo alla ritenuta illegittimità del trasferimento è censurato anche con il sesto motivo che denuncia ” violazione e/o falsa applicazione dell’art. 6, comma 4 dell’accordo sindacale tra Ministero degli Affari Esteri e Organizzazioni sindacali sui criteri relativi al trasferimenti”. Rileva il ricorrente che le parti sociali con l’accordo in questione hanno previsto una correlazione fra la sanzione disciplinare ed il provvedimento organizzativo, poiché le inadempienze del dipendente si riverberano sul buon andamento delle strutture all’estero.

7 – I motivi, da trattarsi congiuntamente perché connessi, sono inammissibili.

Quanto alla violazione dell’accordo sindacale il ricorso non risulta formulato nel rispetto degli oneri imposti dagli artt. 366 e 369 c.p.c. , giacché non è riportato il contenuto dell’invocato art. 6 nè sono indicate con esattezza le modalità della produzione del testo integrale dell’accordo. Il ricorrente si limita a richiamare un imprecisato “allegato 8” che non figura nell’elenco finale delle produzioni, nel quale sono incluse solo la copia autentica della sentenza impugnata e l’istanza ex art. 369 c.p.c..

Osserva al riguardo il Collegio che allorquando, come nella fattispecie, si discuta della validità e della interpretazione di clausole della contrattazione integrativa non operano i principi affermati dalle Sezioni Unite di questa Corte con riferimento al contratto collettivo di diritto pubblico, per il quale l’esigenza di certezza e di conoscenza da parte del giudice è già assolta, in maniera autonoma, mediante la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale, ai sensi del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 47, comma 8. Detto regime di pubblicità, infatti, non è previsto per i contratti integrativi, attivati dalle amministrazioni sulle singole materie e nei limiti stabiliti dai contratti collettivi nazionali, tra i soggetti e con le procedure negoziali che questi ultimi prevedono.

Da ciò questa Corte ha tratto la conseguenza che, ove venga in rilievo la disciplina dettata dalla contrattazione integrativa, è innanzitutto necessario che il ricorrente, a pena di inammissibilità, riporti nel ricorso il contenuto della normativa contrattuale (Cass. 11.4.2011 n. 8231).

7.1 – Il quinto motivo, poi, non coglie il decisum della sentenza impugnata, poiché la Corte territoriale non ha ritenuto infondati gli argomenti di diritto sviluppati dalla difesa del Ministero, e, quindi, non ha escluso la diversità dei due piani, ma, esaminato il contenuto del provvedimento, ha affermato che quest’ultimo era stato giustificato solo in relazione agli addebiti disciplinari, per cui la ritenuta insussistenza di questi ultimi si riverberava necessariamente sulla legittimità del trasferimento.

Si tratta con evidenza di una valutazione di merito non sindacabile in sede di legittimità, per le ragioni tutte già esposte al punto 3.

8 – Infine con il settimo motivo il Ministero degli Affari Esteri denuncia ex art. 360 c.p.c. , n. 3 “violazione e/o falsa applicazione del D.P.R. n. 18 del 1967, artt. 170 e 171 ” nonché omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, oggetto di discussione fra le parti. Rileva, in particolare, che la indennità di servizio all’estero non ha natura retributiva, in quanto destinata a sopperire agli oneri derivanti dalla permanenza nella sede straniera. La mancata percezione di detta indennità, pertanto, non può integrare danno patrimoniale, giacché a seguito del rientro in Italia il dipendente non aveva dovuto effettuare gli esborsi che l’indennità mira a compensare.

8.1. – Il motivo è ammissibile e fondato.

Le Sezioni Unite di questa Corte hanno, infatti, affermato che “in materia di ricorso per cassazione, il fatto che un singolo motivo sia articolato in più profili di doglianza, ciascuno dei quali avrebbe potuto essere prospettato come un autonomo motivo, non costituisce, di per sé, ragione d’inammissibilità dell’impugnazione, dovendosi ritenere sufficiente, ai fini dell’ammissibilità del ricorso, che la sua formulazione permetta di cogliere con chiarezza le doglianze prospettate onde consentirne, se necessario, l’esame separato esattamente negli stessi termini in cui lo si sarebbe potuto fare se esse fossero state articolate in motivi diversi, singolarmente numerati” (Cass. S.U. 6.5.2015 n. 9100).

Le stesse Sezioni Unite hanno anche precisato che il ricorso per cassazione richiede la formulazione di specifici motivi riconducibili in maniera immediata ed inequivocabile ad una delle cinque ragioni di impugnazione stabilite dalla citata disposizione, ma non implica la necessaria adozione di formule sacramentali o l’esatta indicazione numerica di una delle predette ipotesi (Cass. S.U. 24.7.2013 n. 17931).

Nel caso di specie il motivo è chiaro nel denunciare, quanto alla natura non retributiva della indennità di servizio, la violazione delle norme di legge richiamate in rubrica e la conseguente errata quantificazione del danno patrimoniale.

8.2. – Osserva, poi, il Collegio che la natura non retributiva della indennità di servizio è affermata con chiarezza dal D.P.R. 5 gennaio 1967, n. 18, art. 171 richiamato dal D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 45, comma 5, che al comma 1 testualmente afferma: “l’indennità di servizio all’estero non ha natura retributiva essendo destinata a sopperire agli oneri derivanti dal servizio all’estero ed è ad essi commisurata”. I commi successivi, poi, ribadiscono detta finalità, precisando che la misura della indennità, nelle diverse sedi, deve essere commisurata al costo della vita e delle sue variazioni (comma 3, n. 1) nonché alle necessità di rappresentanza derivanti dalle funzioni esercitate, alle particolari condizioni locali, al costo degli alloggi, del personale domestico e dei servizi, al corso dei cambi (comma 3, n. 2).

Se, quindi, l’indennità è finalizzata a sopperire ai maggiori costi che gravano sul dipendente in conseguenza della permanenza all’estero, la perdita della indennità a seguito del rientro in sede non può costituire voce di danno patrimoniale.

La sentenza impugnata che, nel confermare la pronuncia di prime cure, ha invece ritenuto di dovere quantificare il danno in misura pari alla “differenza tra l’intero trattamento economico di sede estera e il trattamento economico percepito in sede centrale”, va, quindi, cassata, con rinvio alla Corte di Appello di Roma, in diversa composizione che, ai fini della quantificazione del danno, si atterrà al principio di diritto di seguito enunciato: “l’indennità di servizio all’estero non ha natura retributiva, in quanto finalizzata a sopperire agli oneri derivanti dalla permanenza nella sede straniera, sicché la stessa non concorre a determinare il danno patrimoniale subito dal dipendente illegittimamente richiamato presso la sede centrale del Ministero”.

Il giudice del rinvio provvederà anche a statuire sulle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il settimo motivo di ricorso e rigetta gli altri.

Cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia, anche per le spese del giudizio di legittimità, alla Corte di Appello di Roma in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 4 maggio 2016.

Depositato in Cancelleria il 11 luglio 2016