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Divieto di fumo nei cortili degli ospedali, a Milano è un flop: soltanto una multa in un anno

Le multe, finora, sono state poche. Pochissime. Per la precisione, una sola: a un utente degli ospedali San Paolo e San Carlo di Milano, in seguito a una segnalazione inviata all’Ats. Mentre i fumatori, in larga parte, continuano ad accendere sigarette nei cortili e nelle aiuole, in barba allo stop imposto dal ministero oltre un anno fa. È flop dei divieti di fumo nei cortili e nei giardini degli ospedali: nel febbraio 2016 il dicastero guidato da Beatrice Lorenzin aveva diramato una circolare, volta a inasprire i divieti nei luoghi pubblici. Tra cui, appunto, gli ospedali, con particolare attenzione a quelli pediatrici. Prevedendo anche sanzioni salate, maggiorate del 10 per cento per i trasgressori, da 27 fino a oltre 200 euro.

Ebbene, a un anno e più dalla stretta decisa da Roma, a Milano le nuove norme faticano a essere applicate: basta fare un giro nei cortili degli ospedali milanesi per vedere cicche e mozziconi negli angoli e nelle aiuole, oltre che nei posaceneri posizionati nelle aree ad hoc per fumatori. “Il problema è complesso, ci stiamo lavorando ormai da più di un anno – conferma Gaetano Elli, direttore medico di presidio del Niguarda -. Bisogna identificare gli addetti che possano elevare le sanzioni. Che poi devono anche essere riscosse tramite l’Ats: è tutt’altro che semplice, insomma”.

Se alcuni ospedali hanno identificato degli spazi interni per i pazienti che sono fumatori – al San Paolo, per esempio, hanno creato delle stanze ad hoc con gli aspiratori nel reparto di psichiatria – il problema riguarda soprattutto le strutture composte da più padiglioni. Come, appunto, il Niguarda, e poi il Sacco e il Policlinico (il primo in Italia, tre anni fa, a far partire il progetto di un ospedale del tutto “fumo-free”). Tutti ospedali, cioè, in cui gli edifici sono circondati da stradine, aiuole e giardini, nei quali spesso utenti e familiari continuano a fumare, nonostante i divieti segnalati dai cartelli. “Dire a un parente di spegnere la sigaretta, magari mentre questo attende di sapere l’esito dell’intervento a cui è sottoposto un suo caro, non è semplice – dice Elli – Noi abbiamo proposto un piano, che prevede l’identificazione all’esterno dei nostri padiglioni di aree ad hoc. Però il percorso è lungo”.

Ma non solo. Perché a sgarrare, spesso, sono anche gli stessi dipendenti: non a caso, in alcuni ospedali, come il Policlinico San Donato e lo stesso Policlinico di via Sforza, sono stati avviati corsi interni per incentivare i lavoratori a smettere di fumare. A San Donato, nel centro antifumo dell’ospedale, c’è anche un programma ad hoc destinato agli operatori sanitari. “Il punto – ragiona allora Tommaso Saporito, direttore sanitario del Fatebenefratelli-Sacco – è che sarebbe necessario identificare delle figure esterne per fare le sanzioni. Che sono, ovviamente, il vero deterrente. Ma difficilmente verranno mai fatte da un dipendente a un collega beccato a fumare in cortile. È come il servizio di rimozione delle auto: se negli ospedali viene affidato a delle ditte esterne, il parcheggio selvaggio viene stroncato. La stessa cosa si dovrebbe fare per i divieti di fumo, e le relative multe”.

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