Federazione Sindacati Indipendenti

Pubblico impiego: i premi di produttività erogati a tutti sono da condannare

LARINO. La decisione n. 313 del 2017 della Sezione giurisdizionale della Corte dei conti per la Campania è intervenuta sugli argomenti relativi alle modalità con cui va condotta una contrattazione decentrata. I Magistrati contabili hanno fornito precise indicazioni al riguardo. Per quei Giudici concreta un danno erariale il fatto di avere distribuito risorse del salario accessorio fondate sull’unica constatazione della presenza in servizio. Il giudizio concerneva una Prefettura e gli argomenti in esame erano l’indennità di professionalità ed il fondo di sede.

La Procura aveva contestato il fatto che questi elementi accessori del salario erano stati distribuiti addirittura al 99% dei dipendenti, ancorandone la liquidazione al solo criterio della “presenza”.

Ciò in violazione dei contenuti dell’art. 32 del Contratto richiamanti espressamente la correlazione dell’assegnazione delle risorse del ‘Fua’ alla promozione «di reali e significativi miglioramenti dell’efficacia e dell’efficienza dei servizi istituzionali, mediante la realizzazione, in sede di contrattazione integrativa, di piani e progetti strumentali e di risultato». Sulla base delle ispezioni effettuate dalle Fiamme gialle il Collegio, dopo di avere esaminato i verbali dei contratti decentrati, aveva rilevato che non emergeva alcun accordo su programmi o progetti per la produttività, tali da legittimare la distribuzione delle risorse in modo selettivo tra i dipendenti. Da qui la distorsione nel corretto modo di assegnare componenti del salario accessorio che hanno finito per essere assegnate a pioggia. Per di più, i dirigenti non avevano attivato la contrattazione in tempo utile; ed a nulla rilevava il fatto che la Ragioneria non avesse ancora notificata l’entità del ‘quantum’ disponibili. Ad ogni buon conto la pronuncia in questione ha disposto l’assoluzione (sia pure non piena) per carenza degli elementi psicologici del dolo o della colpa grave ad onta dell’assenza di selettività nell’erogazione dei compensi.

In sostanza il parere evidenzia la cronica tardività con cui vengono sottoscritti annualmente gli accordi per l’utilizzo del Fondo unico di amministrazione e prende atto che gli Uffici “conoscono” le risorse disponibili soltanto dopo che si sono consumati i tempi per la pianificazione dei progetti prevista dall’art. 23 del Ccnl 2006-2009. Ed ecco i motivi della giustificazione del comportamento degli incolpati costretti ad ancorare le indennità non a progetti quanto piuttosto alla presenza, non potendo elaborare progetti di miglioramento se non col senno di prima. Proprio questo ha impedito al giudicante di imputare ai convenuti una condotta gravemente negligente. Ed ecco perché il Collegio campano, adeguandosi ai contenuti di un parere dell’Avvocatura distrettuale dello Stato di Napoli dell’8/11/2011, non ha potuto non constatare le distorsioni strutturali nel funzionamento del sistema impostato dal Ministero, predisposto in maniera tale da condizionare l’attività e le scelte dei dirigenti e privandoli – nella sostanza – di poteri gestionali. In effetti viene loro imposto l’impiego di un programma informatico che, ai fini della quantificazione degli emolumenti, legittima proprio la sola presenza in servizio.

Per tutti questi motivi, e ad onta della disposta assoluzione, i Giudici contabili hanno voluto sottolineare, in termini colposi, il silenzio serbato dai convenuti nell’occasione degli incontri ufficiali tenuti con le rappresentanze sindacali. I Magistrati hanno rilevato che è doveroso, in sede decentrata, avviare la contrattazione su progetti volti alla selezione meritocratica dei destinatari delle indennità; e ciò anche in assenza di dati sulle cifre provenienti dal centro, così da rendere i piani vincolanti ed operativi per il futuro. Infine, la sentenza sottolinea che l’inerzia dei componenti della delegazione di parte pubblica nell’affrontare i ritardi “non si presenta consona al profilo istituzionale ed ai poteri loro intestati”. Per questo l’assoluzione non è stata piena e la sentenza ha compensato le spese di giudizio.

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