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segui quotidianosanita.it inCondividi stampa I ricoveri calano ma le infezioni ospedaliere no. Negli ultimi dieci anni incremento del 79,6% dei casi medici e del 61,2% per quelli chirurgici

l rapporto SDO offre l’occasione di analizzare diversi fenomeni emergenti in ambito ospedaliero. In questo servizio (dopo la presentazione generale del rapporto e l’analisi dei ricoveri per parto cesareo) ci occupiamo di infezioni ospedaliere. Un fenomeno apparentemente sotto controllo, se analizziamo i dati medi di confronto tra 2015 e le ultime schede di dimissione ospedaliere del 2016 che registrano un leggerissimo incremento dei casi di infezioni mediche (da 12,36 casi a 12,39 per 100mila dimessi) e per quelle chirurgiche (passate da 229,74 a 233,07 casi sempre per 100mila dimessi).

Ma, oltre al fatto che la situzione varia di molto se andiamo a vedere i dati delle singole Regioni, il dato sconcertante è che se l’analisi si sposta indietro nell’ultimo decennio registriamo che, nonostante dal 2007 ad oggi ci siano stati 3milioni di ricoveri in meno, le infezioni ospedaliere sono aumentate e di molto.

Ma andiamo con ordine. In Italia nel 2015, secondo l’Istat e l’ultimo rapporto di Epicentro, il portale curato dal Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell’Istituto superiore di sanità, le infezioni ospedaliere causano ogni anno più vittime degli incidenti stradali: tra 4.500 e 7mila decessi contro 3.419 vittime della strada. Circa il 5-8% dei pazienti ricoverati contrae un’infezione ospedaliera. Quasi 500mila casi, dovuti soprattutto a infezioni urinarie, di ferite chirurgiche, polmoniti e sepsi. Di queste, si stima che circa il 30% siano potenzialmente prevenibili (dalle 135 alle 210mila) e che siano direttamente causa del decesso nell’1% dei casi.

In apparenza, come abbiamo detto, il rapporto per 100mila dimisioni ad esempio di quelle dovute a cure mediche è, a livello nazionale, relativamente basso, ma in realtà le cose vanno ben diversamente da Regione a Regione dove si va dai +7,24 casi per centomila dimessi del Molise ai -11,25 del Friuli Venezia Giulia. Situazione analoga per le infezioni post chirurgiche, dove questa volta si registra ad esempio una aumento molto forte (ma la Regione ha pochi abitanti e incide meno a livello nazionale) in Valle d’Aosta con +318,68 casi per 100mila dimessi a -195,90 casi della Basilicata.

Al Nord le infezioni mediche nel 2016 rispetto al 2015 calano ovunque meno che in Lombardia e Veneto, al Centro aumentano solo in Umbria e al Sud diminuiscono solo in Molise, Puglia e Sicilia. Quelle chirurgiche invece si sono ridotte al contrario in Lombardia e Veneto al Nord, in Umbria, Marche e Lazio al Centro, Abruzzo, Basilicata, Sicilia e Sardegna al Sud, mentre sono aumentate in tutte le altre Regioni.

Fin qui il confronto tra 2016 e 2015. Ma se il confronto si allarga agli anni precedenti, fino ad arrivare all’ultimo anno senza piani di rientro per nessuna Regione (il 2007) e quindi con organici a pieno regime e senza carenze, ci si accorge che la situazione delle infezioni ospedaliere è andata via via peggiorando contemporaneamente con la riduzione di personale che quindi, probabilmente, dovendo affrontare la necessità di copertura sempre maggiore di servizi con unità sempre minori, alla fine ha ridotto quasi fisiologicamente l’attenzione alle norme di prevenzione delle infezioni ospedaliere.

Ad esempio, rispetto al dato nazionale, nel 2016 rispetto al 2007 le infezioni mediche sono salite a 12,39 casi ogni centomila dimissioni (erano 6,9 nel 2007) con un aumento del 79%, mentre quelle chirurgiche, nonostante il numero di ricoveri sia molto diminuito (3 milioni in meno) sono passate in dieci anni da 144,59 casi ogni centomila dimissioni a 233,07 casi, con un incremento del 61,2%.

Analizzando la situazione nelle Regioni, il confronto tra il 2016 e il 2007 mostra che per le infezioni mediche le uniche Regioni a registrare un calo sono Trento, Friuli Venezia Giulia e Liguria, mentre per quelle chirurgiche Toscana, Abruzzo e Molise.

Con la particolarità però che, analizzando per grandi linee i risultati della mobilità ospedaliera dei due anni a confronto, si vede che a Trento, Friuli Venezia Giulia e Toscana il dato è andato sempre migliorando negli anni, cosa che non è accaduta in Liguria dove la mobilità passiva è peggiorata di oltre 7.500 ricoveri nel 2016 rispetto al 2007, in Molise di quasi 4.500 ricoveri e in Abruzzo di oltre 11mila ricoveri. Un segnale questo che il miglioramento nelle prestazioni potrebbe essere legato anche a un ridotto numero di ricoveri rispetto alle condizioni originarie del 2007.

Nel 2016, comunque, le Regioni con un saldo di mobilità attiva erano 8 contro le dieci del 2007 (nove nel 2010 e ancora 8 nel 2015).
Dal punto di vista economico, secondo la ricerca Burden economico delle infezioni ospedaliere in Italia del maggio 2017, realizzata dal Ceis dell’Università di Roma Tor Vergata, per ogni infezione ospedaliera si stimano tra i 9mila e 10.500 euro.

Partendo dal presupposto che, come prova lo studio, le infezioni ospedaliere compaiano in circa 3 casi ogni 1.000 ricoveri acuti in regime ordinario (in aumento nel 2017 in media dello 0,035 ogni mille ricoveri), la loro valorizzazione mediante valutazione delle giornate aggiuntive per singolo Drg ha comportato una stima media annua di 69,1 milioni. Mentre la valorizzazione delle ICA (infezioni correlate all’assistenza) sempre mediante Drg specifici (418 e 579) ha comportato una stima media annua di 21,8 milioni. Nel 2016 questo valore è ormai prossimo ai 30 milioni di euro.

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