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Quelle 11 ore di riposo che tolgono il sonno a medici e infermieri

Giusto due anni fa, a novembre del 2015, la questione infiammò il mondo della sanità, con agitazioni e scioperi di medici e infermieri. Il tentativo di risolverla è stato fatto all’italiana, a suon di deroghe e di tolleranza di situazione fuori regola. Ma ora il problema torna sui tavoli con il rinnovo dei contratti degli statali, e promette scintille. Stiamo parlando del cosiddetto «orario europeo», che impone ai datori di lavoro di garantire almeno 11 ore di riposo fra un turno e l’altro. Un diritto ovvio, che però in molti settori fa saltare il banco: a partire dalla sanità.

Il problema è semplice. Per essere lucidi e lavorare bene, fra un turno e l’altro bisogna andare a casa, mangiare qualcosa e farsi una bella dormita. Gli orari, quindi, devono lasciare libere da impegni le persone per almeno 11 ore. Senza interruzioni.

Ma proprio sul carattere continuativo del riposo obbligatorio casca l’asino. O meglio, soprattutto negli ospedali, cade la possibilità di comporre davvero il tabellone dei turni coprendo tutte le caselle necessarie a garantire il servizio sulle 24 ore. Dopo anni di vincoli al turn over che hanno limitato i nuovi ingressi, la coperta è corta. E la deroga vince sulla regola.

Il compito di trovare la quadra toccherebbe ai nuovi contratti; la trattativa entrerà nel vivo già mercoledì, quando sono stati convocati i primi tavoli dopo la pausa che ha accompagnato l’attesa dei finanziamenti in manovra, ma c’è un problema. L’Aran, l’agenzia negoziale che rappresenta la Pubblica amministrazione nella sua qualità di datore di lavoro, ha il compito ingrato di pensare le regole più raffinate nel tentativo di mettere insieme l’obbligo di garantire il riposo e quello di assicurare il servizio. Ma, ribattono i medici, gli infermieri e i loro sindacati, non c’è regola che tenga: i due obiettivi si raggiungono solo allargando gli organici.

Tornando sul pratico, in effetti, l’esperienza di questi due anni offre un menu ricco di stratagemmi più che di applicazione effettiva della regola: interpretazioni cavillose che distinguono la «pronta responsabilità» dal turno anche quando la reperibilità porta a una chiamata al lavoro, rispetto dei turni a macchia di leopardo e, soprattutto, orari di lavoro che finiscono per rompere la griglia degli obblighi senza che i controllori mettano bocca, ben sapendo che le 11 ore farebbero saltare il banco.

A mettere in fila i tanti slalom fra le regole è stata qualche mese fa la Federazione italiana delle aziende sanitarie e ospedaliere (Fiaso), che con il Cergas, il centro di ricerca della Bocconi sulla sanità, è andata a guardare che cosa succede negli ospedali italiani. Nel 55% dei casi le undici ore di riposo consecutivo restano una bella idea, confinata nell’utopia, e dove si è provato a tradurla in pratica sono state tagliate soprattutto le ore di formazione. Il rapporto mostra anche l’altra faccia della medaglia: queste interpretazioni creative e flessibili degli obblighi hanno evitato il crollo del sistema, confinando in uno-due casi su cento le ricadute in termini di tagli significativi dei servizi o allungamento sensibile nei tempi d’attesa.

L’equilibrio però rimane precario e il tema si candida a diventare una presenza ingombrante nelle stanze del confronto sui contratti. Con due aggravanti: i soldi, e il tempo.
Sul primo aspetto, i conti sono relativamente facili. L’obbligo di garantire gli 85 euro lordi agli oltre 600mila dipendenti del comparto assorbe gran parte dell’aumento nominale da un miliardo già previsto per il fondo sanitario, tema che sta già scaldando il confronto fra governo e regioni all’interno di una legge di bilancio che non lascia grandi spazi aggiuntivi. E il calendario è stretto. Sia la politica sia i sindacati ambiscono a chiudere l’accordo entro fine anno, per portare gli aumenti nelle buste paga in tempo per una primavera che si annuncia ricca di elezioni: quelle per il Parlamento, ovviamente, ma anche quelle chiamate a rinnovare le rappresentanze sindacali negli uffici pubblici. Arrivare a quell’appuntamento con gli stipendi già spinti dai rinnovi contrattuali aiuterebbe tutti.

Il contesto, insomma, è quello che è, e spinge verso una risposta rapida a un problema complesso, rimasto appeso per oltre tre anni visto che le regole entrate in vigore nell’autunno di due anni fa sono scritte nella legge 161 dell’ottobre 2014. Il rischio, quindi, è l’ennesima soluzione di compromesso, che scarica il problema sulle spalle delle singole strutture: con tanti saluti al diritto al riposo di medici e infermieri, e al diritto dei pazienti di essere curati da persone in forma.

Gianni Trovati (da Il Sole 24 Ore)