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La resistenza agli antibiotici si fa sentire anche in Ticino

BELLINZONA – Vedersi prescrivere una cura di antibiotici della durata di cinque giorni, stare bene dopo tre e interromperla. Oppure andare a ripescare le pastiglie avanzate dall’ultimo grave mal di gola per darle a nostro figlio che ha sintomi simili. Sembrano comportamenti innocui, ma stanno rendendo noi stessi e il resto dell’umanità molto più vulnerabili. Favoriscono infatti il fenomeno della resistenza agli antibiotici, ovvero la capacità dei batteri di imparare a difendersi da questi medicamenti per esempio dopo una cura non completata.

Per sensibilizzare sul tema, l’Organizzazione mondiale della sanità propone la Settimana mondiale per l’uso prudente degli antibiotici, che inizia oggi e alla quale quest’anno, per la prima volta, prende parte anche la Svizzera. In Ticino medici e farmacisti hanno ricevuto raccomandazioni e cartoline per i pazienti. Al medico cantonale, che coordina la campagna, abbiamo chiesto quali siano le conseguenze della resistenza agli antibiotici che possiamo già sperimentare sulla nostra pelle nel nostro cantone.

In Ticino, antibiotico inefficace in un paziente su cinque per la cistite – «Un paziente su cinque può non riuscire a trattare al primo colpo una cistite causata dall’Escherichia coli se usa la classica ciprofloxacina», spiega Giorgio Merlani. «Un paziente su dieci rischia di avere un’infezione da Stafilococco aureo resistente alla meticillina (MRSA)», aggiunge (gli MRSA provocano, fra le altre cose, infezioni cutanee, Ndr). Quello che preoccupa di più, tuttavia, sono i batteri multiresistenti come «il 3-5% degli Pseudomonas aeruginosa», che non rispondono praticamente più ad alcun antibiotico: «Sono potenzialmente mortali per il paziente», sottolinea Merlani.

Le tre regole auree – L’invito alla popolazione – che si accompagna a raccomandazioni per i medici fitte di dati – è ad assumere gli antibiotici così come vengono prescritti, ovvero senza saltare dosi e senza interrompere la cura quando si sta meglio. A riportare in farmacia le pastiglie eventualmente avanzate da una terapia. E, infine, a non insistere per avere antibiotici.

«Per favore, terminate sempre la terapia» – Ma perché è così importante seguire la cura antibiotica fino in fondo? «I sintomi possono diminuire già quando è stato debellato il 90% dei batteri», premette Merlani. «Se si interrompe la terapia, però, il 10% dei germi rimasti avrà “imparato” a difendersi dall’antibiotico e non sarà curabile con lo stesso medicamento all’infezione successiva», spiega. «Quindi se vi prescrivono cinque giorni di antibiotico e al terzo state bene, per favore, continuate a prenderlo anche il quarto e il quinto giorno», conclude.

«Il fai da te con gli antibiotici non è una buona idea» – L’invito a riportare in farmacia le pastiglie avanzate, invece, nasce dal fatto che un antibiotico usato per un’infezione può non essere adatto per un’altra infezione batterica e non lo è sicuramente per una virale. «Il fai da te con gli antibiotici non è una buona idea», sottolinea Merlani. L’esposizione inutile agli antibiotici, del resto, rischia sempre di favorire lo sviluppo di resistenze.

«Se un medico non dà gli antibiotici non è perché non li vuole dare» – Il medico cantonale esorta infine a non diffidare del medico che si dimostra restio a dare antibiotici: «Bisogna evitare di insistere per averli», premette. «Se un medico non li dà non è perché non li vuole dare, perché è pigro o perché non vuole generare costi: è perché nel vostro caso non sono necessari – sottolinea -. Medico bravo non vuol dire medico che prescrive antibiotici». Il prezzo di una eccessiva esposizione agli antibiotici, del resto, lo paghiamo tutti: «Attraverso la nostra urina questi medicamenti finiscono nelle fogne e da lì nell’ambiente. Nel lago, nei pesci e quindi di nuovo da noi, con effetti nefasti», fa notare Merlani.

Le differenze fra nord e sud – I dati, del resto, dimostrano che la liberalità nella prescrizione degli antibiotici e l’incidenza della resistenza sono direttamente collegate. «Nei Paesi del nord Europa, dove c’è una politica più restrittiva sull’uso degli antibiotici, le resistenze, in generale, sono inferiori rispetto al sud», spiega il medico cantonale. «Per alcuni germi notiamo anche in Svizzera tale differenza nord-sud, fra il Ticino e il resto del Paese», aggiunge.

«Medici, fate vaccinare i pazienti»- Come accennato, le indicazioni veicolate dalla campagna sono ben lungi dal rivolgersi solo alla popolazione. Molte raccomandazioni, infatti, sono destinate ai medici. Si chiede loro per esempio di differire nei limiti del possibile la prescrizione degli antibiotici: «Ci sono delle patologie, o di origine virale o dal decorso sovente spontaneamente benigno, per le quali si sa che non è imperativo dare immediatamente l’antibiotico – illustra Merlani -. In questi casi lo si può dare dopo 24-48 ore se il paziente anziché migliorare peggiora».

Un’altra raccomandazione è quella di spingere perché la gente si vaccini, soprattutto contro l’influenza: «Se una persona fa un’infezione virale come il morbillo o l’influenza le complicazioni batteriche sono frequenti e quelle richiedono l’antibiotico. Un antibiotico che avrebbe potuto essere evitato».

L’appello, infine, è a un uso «mirato» di questi medicamenti: « Gli antibiotici sono efficaci su vari tipi di infezioni e, in base all’infezione, è necessario scegliere l’antibiotico giusto. Grazie anche alla collaborazione del gruppo Malattie infettive del Canton Ticino, che ha elaborato nuove raccomandazioni, siamo in misura di metterle a disposizione per la consultazione», spiega Merlani.

L’obiettivo: passare dalle raccomandazioni alle direttive – Al momento, tuttavia, si rimane al livello delle raccomandazioni: «Oso dire “finalmente” la Svizzera si è mossa e ha emesso una strategia per contrastare la resistenza agli antibiotici», premette il medico cantonale. «Per passare dalle raccomandazioni alle direttive vincolanti, tuttavia, bisognerà costruire un consenso a riguardo: la medicina è una scienza, ma ci sono spesso margini d’interpretazione e lunghe discussioni», aggiunge. «La direzione, comunque, è quella, con l’intento di avere una prassi più unitaria», conclude.

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