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«Pagato per non lavorare» Perugia, causa all’Inail per la depressione

PERUGIA – Operaio pagato per anni con i soldi pubblici per non lavorare. E lui, 48 anni stressato, mezzo mobbizzato, arrivato al posto fisso con le (quasi) defunte Comunità Montane, va dal giudice perché l’Inail gli riconosca la malattia professionale e l’istituto venga condannato al pagamento dell’indennizzo già negato. Appuntamento ad aprile, tribunale civile di Perugia, giudice Antonella Colaiacovo.

La storia inizia nel 2005, il protagonista è un perugino che quell’anno viene assunto a tempo determinato alla Comunità Montana Monti del Trasimeno. Tre anni dopo il posto è a tempo indeterminato, adibito all’attività di manutenzione delle aree verdi del Comune di Perugia. Nel 2009 inizia l’inferno: incidente d’auto, danni alle mani e quando torna al lavoro addio agli attrezzi, finisce a fare il portiere all’Adisu (case per studenti). Lì un guaio grosso così, finito con la riassunzione dopo un licenziamento rocambolesco. Logico il cambio del luogo di lavoro. E dove torna? Agli impegni di prima. Con l’inciampo sfortunato di un incidente sul lavoro che l’Inail riconosce e porta a una aggravamento delle condizioni di una mano. Il calvario del lavoratore pagato per non lavorare inizia qui.

Quelli delle Montane passano all’Agenzia Forestale, e l’operaio entra nel tunnel dell’incubo. Per almeno tre anni tutte le mattine sale in auto con i colleghi, arriva nelle zone assegnate passando le giornate a guardare il parco. Nonostante il suo caposquadra ogni giorno telefoni ai superiori e chieda: «Che gli devo far fare?». Le risposte sono state le puntate che hanno ingigantito la storia fino ad arrivare ai medici, allo stress, agli antidepressivi e all’intervento degli specialisti del Centro di salute mentale. Una scrivania invece che il parco? Per carità. La diagnosi medica dice così: «Sindrome ansioso depressiva con insonnia persistente e comparsa di crisi ipertensive».

La sfida tra verifiche mediche e certificati hanno costruito una montagna di carte. Una valutazione psicodiagnostica ha detto così: «sindrome depressiva reattiva…che appare, allo stato attuale, di grado lieve ed è compatibile con le disfunzioni organizzative o le vessazioni psicologiche (mobbing) in ambito lavorativo. Ci sono altre certificati medici che spiegano una correlazione, ma il collegio medico dell’Inail ha sempre detto no al riconoscimento di malattia professionale. L’ultima carta medica racconta «…non si può escludere pertanto che, nella sua genesi e persistenza, possano avere contribuito anche le vicende del lavoro i questione». La sfida finisce in tribunale con l’assistenza dell’avvocato Delfo Berretti.

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