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Sicilia, la Corte dei conti diffida l’Ars sui portaborse: “Basta assunzioni”

Nuovo allarme conti all’Assemblea regionale siciliana. A lanciarlo la sezione di controllo della Corte dei conti regionale nella deliberazione firmata dal presidente Maurizio Graffeo. Il tema è il boom di portaborse in questa legislatura, apertasi il 15 dicembre, nonostante la riduzione dei deputati da 90 a 70. Il testo, nel dichiarare la regolarità dei rendiconti dei gruppi, invita Palazzo dei Normanni “a una soluzione di più ampio respiro in questa legislatura, nonché di tenere conto dei prevedibili maggiori oneri connessi all’assunzione di un maggior numero di dipendenti”. Criticità che “riguardano la normativa applicabile ai rapporti di lavoro”. Si tratta di rivedere il sistema “per una programmazione razionale dei fabbisogni di personale, prevenendo il rischio di un aumento ingiustificato delle assunzioni”.

In particolare, viene sottolineata “l’irragionevolezza nel considerare i contributi erogati dall’Ars per gli stipendi del personale dei gruppi non solo come tetto massimo della retribuzione, ma anche come l’importo minimo da erogare”. Senza calcolare dunque la quantità e la qualità delle prestazioni lavorative; piuttosto, “la retribuzione viene comunque proporzionalmente aumentata ricorrendo a meccanismi come i superminimi o la 15esima mensilità, o altre integrazioni stipendiali”, pur di raggiungere l’importo massimo erogato, senza alcuna considerazione per i risparmi possibili.

Il decreto del presidente dell’Assemblea del 22 novembre 2017 che ridefiniva in modo più razionale la questione, nota la Corte, non era stato trasmesso all’ufficio di controllo, né messo a disposizione dei gruppi che hanno riproposto in molti casi contratti con i vecchi vizi. Il Dpa “ha una portata innovativa”, viene rilevato. Invita a una ricognizione della normativa in materia di contributi ai gruppi parlamentari per le spese di personale “nelle more della definizione della materia da parte del Consiglio di presidenza”, al fine di tener conto “nella determinazione del contributo anche della quantità e qualità delle prestazioni lavorative”. Viene costituito il limite massimo della retribuzione per ciascun dipendente stabilizzato e non più il limite minimo: “Saranno così possibili dei risparmi di spesa” e l’avanzo di gestione dovrà essere riversato all’Ars. Resta urgente “una pronta e definitiva risistemazione della materia, anche ai fini di una determinazione dei contributi per le spese di personale che sia omnicomprensiva per ciascun gruppo di tutte le posizioni lavorative”. L’Assemblea dovrebbe limitarsi alla quantificazione complessiva dei contributi da trasferire a ciascun gruppo, mentre la gestione dei singoli rapporti di lavoro dovrebbe essere demandata interamente alla parte datoriale”.

I magistrati poi stigmatizzano il riconoscimento di una inammissibile anzianità di servizio “poiché si tratta di contratti di lavoro a tempo determinato che cessando di esistere al momento della fine della legislatura o, se anteriore, dello scioglimento dei gruppi, quando viene versato il Tfr”. Per altro verso, viene sottolineato, “non è nemmeno possibile” una sorta di stabilizzazione da parte dell’Ars, sia perché si tratta di personale “chiamato di volta in volta su base esclusivamente fiduciaria, con contratti di diritto privato, sia in quanto la parte datoriale e’ identificabile con i gruppi parlamentari, ovverosia soggetti qualificabili come associazioni non riconosciute di natura privatistica, ben diversi dall’Assemblea”. Una situazione del tutto diversa dalle ipotesi di stabilizzazione del personale precario delle pubbliche amministrazioni, “non soltanto per la natura fiduciaria dei rapporti di lavoro alle dipendenze dei gruppi parlamentari, ma anche perché si tratta di personale che non ha mai prestato alcuna attività lavorativa per conto dell’Ars. “Al contrario, i dipendenti delle pubbliche amministrazioni vengono comunque scelti sulla base di una graduatoria per titoli e vengono stabilizzati dallo stesso ente per il quale hanno lavorato”.

Avverte ancora la Corte dei conti nella deliberazione, facendo riferimento in particolare ai ‘D6′, “come non si possa prevedere l’assunzione di un numero sproporzionato di dipendenti, senza alcun ancoraggio alle reali necessita’ operative del gruppo”. Un aumento incongruo e ingiustificato del numero dei dipendenti si porrebbe “in controtendenza rispetto alla diminuzione dei costi della politica insita nella riduzione da novanta a settanta del numero dei deputati”. Eppure gia’ al 10 aprile erano stati assunti 184 dipendenti, dei quali 75 ‘stabilizzati’; 62 con contratti part-time, gli altri a tempo pieno. Citato il caso di un gruppo di sei deputati che prevedeva uno stuolo di 33 lavoratori. A sollevare ulteriori perplessità è l’esistenza di due categorie diverse di dipendenti, retribuiti in base a sistemi di finanziamento diversi e che ha prodotto “il problema dell’aumento significativo dei dipendenti rispetto alla precedente legislatura”.

Le distorsioni del sistema “hanno inciso anche sulla razionalità della valutazione dei bisogni che appaiono difficilmente riferibili alle reali necessità
operative dei gruppi”. E si evidenzia “una palese disparità di trattamento tra i lavoratori con mansioni sostanzialmente analoghe. Si impone pertanto l’esigenza di una piena omogeneizzazione tra le due categorie, non soltanto per garantire una reale parità di trattamento, ma anche al fine di facilitare una programmazione razionale dei fabbisogni di personale, nell’ottica di prevenire il rischio di un aumento ingiustificato del numero delle assunzioni”.

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