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Tre anni di lavoro in Lombardia La Regione blinda i suoi medici

La condizione è chiara: almeno tre anni di lavoro negli ospedali lombardi. È quanto devono assicurare, per la prima volta, gli specializzandi in Medicina che vogliono vincere una delle 55 ambite borse di studio messe a disposizione da Regione Lombardia con un finanziamento complessivo di 6 milioni e mezzo di euro. La delibera, anticipata dal Corriere il 15 maggio, è pronta: e domani andrà all’esame della giunta. Tra i requisiti, a sorpresa, anche l’obbligo di prestare un’attività lavorativa in Lombardia per tre anni nell’arco dei 5 successivi alla conclusione degli studi.

L’inserimento di quest’ultimo criterio è arrivato solo ieri dopo un’attenta analisi degli uffici legali. Il Pirellone non vuole rischiare di incorrere in una bocciatura da parte del governo: ma ora il pericolo sembra scongiurato. Le altre condizioni richieste per candidarsi a una borsa di studio lombarda, e già note dall’inizio della settimana, sono l’iscrizione a un Ordine dei medici della Regione e la residenza da almeno tre anni. La delibera rappresenta una novità assoluta: finora chiunque poteva vincere il contratto che per i primi due anni vale 1.652 euro al mese; per i successivi 1.710. In gioco c’è la possibilità di diventare i cardiochirurghi, rianimatori, oncologi, ortopedici, ginecologi e anestesisti del futuro. Il provvedimento non è da interpretare in salsa leghista. Il giro di vite nasce dall’esigenza di trattenere forza lavoro in Lombardia a fronte della carenza di medici.

Ogni anno il ministero dell’Istruzione, in collaborazione con quello della Sanità, definisce i posti a disposizione nelle scuole di specializzazione, collegate ai vari atenei e ai relativi ospedali di riferimento. I contratti disponibili in Lombardia finanziati da Roma — e contesi da oltre duemila neolaureati — sono complessivamente 944 l’anno: 335 alla Statale, 166 a Pavia, 143 a Brescia, 136 a Milano Bicocca, 72 a Varese, 64 al San Raffaele e 28 all’Humanitas. Ma il fabbisogno di nuovi medici è ben più alto alla luce del turnover ospedaliero, della riorganizzazione della rete sanitaria e dell’aumento delle malattie croniche: la stima del Pirellone è di oltre 500 contratti in più l’anno, in linea con quanto prevedono anche gli atenei.

Di qui l’esigenza di integrare il numero di borse di studio stanziate a livello nazionale. L’anno scorso l’assessorato alla Sanità guidato da Giulio Gallera ne ha finanziate 48, quest’anno saranno 55. Una goccia nel mare, ma lo sforzo economico resta notevole: «Quest’anno abbiamo deciso di adottare criteri stringenti davanti alla carenza drammatica di medici — ribadisce Gallera —. Nelle prossime settimane l’introduzione dei nuovi requisiti sarà accompagnata da una legge sull’argomento». Le stime dicono che negli anni scorsi la metà delle borse di studio finanziate dalla Lombardia veniva vinta da neolaureati che non risiedevano in Regione. D’ora in avanti non sarà più possibile. Del resto, anche altre Regioni già da tempo adottano provvedimenti simili. Dalla Sardegna sono richiesti cinque anni di residenza; tre anni da Puglia, Campania e Basilicata; due dalla Calabria; residenza senza un limite temporale dalla Sicilia. La Provincia autonoma di Trento richiede anche l’impegno a collaborare con il servizio sanitario provinciale per un periodo fino a due anni, come il Veneto; la Provincia autonoma di Bolzano per quattro anni (su 10 anni dal conseguimento del diploma di servizio a tempo pieno); la Valle d’Aosta per un periodo di 5 anni (in caso contrario è prevista la restituzione del 70% della spesa sostenuta dalla Regione).

Le nuove regole sono ben accolte dall’Associazione Liberi Specializzandi (Als – Fattore 2a): «Così viene garantita una maggiore presenza di giovani medici negli ospedali della Lombardia — spiega il fondatore Massimo Minerva —. La misura era attesa».

di Simona Ravizza
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