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Malasanità: aumentano i casi in Italia (specie al Sud)

Uno dei problemi, forse quello maggiore, è il processo di sminuimento e screditamento delle professioni sanitarie. In particolare di quella infermieristica.
Malasanità: un termine che fa tanto scalpore sulle pagine dei giornali. È una tematica sempre attuale, un argomento sempre più frequente e preoccupante. Negli ultimi tempi si è giunti a una quota di 570 casi di malasanità, di cui 400 riguardanti il decesso dell’assistito. Dei 570 casi di presunti errori monitorati, il primato spetta alla Sicilia (117), seguita da Calabria (107), Lazio (63) e Campania (37). Oltre la metà dei casi (303, ovvero il 53,1%) è riferito alle regioni del Sud (Molise, Campania, Basilicata, Puglia, Calabria e Sicilia).

Negli Stati Uniti, qualche anno fa, la ricerca condotta da Martin Makary e Michael Daniel (Johns Hopkins University) aveva sollevato un polverone. In un articolo pubblicato sul British Medical Journal (Medical error – The third leading cause of death in the US) i due ricercatori avevano sollevato il tema degli errori medici letali. Questo tipo di errore non è preso in considerazione al momento della compilazione dei certificati di morte. Si tratta di un limite dovuto alle modalità di classificazione internazionale (International Classification of Disease), che non contemplano le cause di morte dovute a fattori umani o di sistema.

Ma cosa c’è dietro il mondo della malasanità? L’errore medico, le cure o pratiche superflue, inutili e dannose, la cattiva gestione della sanità pubblica e la corruzione, la speculazione e i furti. Anche nel nostro Paese, tuttavia, è difficile quantificare i dati delle morti dovute a malpractice, cioè all’imperizia dei medici o alla disorganizzazione degli ospedali. Vari dati sono stati forniti da associazioni, anche professionali. Dati che però sono da considerare con moltissima cautela. Le banche dati parziali non permettono di avere una conoscenza approfondita e chiara delle dimensioni del fenomeno.

Dove avvengono gli sbagli? Prevalentemente nelle strutture di ricovero (61,8%), ma anche, per una percentuale pari all’11,8%, nei pronto soccorso. L’ambulatorio rappresenta luogo di malpractice nel 18,4% dei casi. Molto inferiori le segnalazioni inerenti errori durante l’assistenza domiciliare. La quasi totalità di quanto segnalato avviene in ambienti sanitari pubblici o accreditati (88%). La percentuale maggiore di segnalazioni di malpractice riguarda le donne (57%).

Ma le segnalazioni corrispondono alla realtà? In 29 casi su 100 è stato accertato un errore diagnostico e altrettanti casi di errati atti operatori (29%). Nel 21% dei casi l’errore accertato fa riferimento a una inadeguata assistenza di tipo medico o infermieristico. «Tra tutti – dice Antonio Gaudioso, vicesegretario generale di Cittadinanzattiva – colpisce il dato relativo alle infezioni ospedaliere accertate (14%). Queste ultime sono spesso dovute a somministrazioni di terapie antibiotiche inadeguate, responsabili dell’isolamento di ceppi batterici multi resistenti, pertanto difficili da debellare. Uno dei principali fattori di rischio è l’esposizione dei pazienti in condizioni critiche a germi trasportati dal personale medico e paramedico o dai familiari stessi (non sufficientemente sensibilizzati al problema della trasmissione di germi)».

Il vero, grande problema è però il processo di sminuimento e screditamento delle professioni sanitarie. In particolare di quella infermieristica, sempre più bersagliata dal collettivo e dalle testate giornalistiche per eventi simili. I tempi della ribalta di questa professione sono ancora lunghi ma si spera vivamente di raggiungere, come accadde nel lontano 1999 con l’abolizione del mansionario (L. n° 42) e l’ottenimento dell’autonomia lavorativa, anche una vera e propria autonomia intellettiva e figurativa.

Pasquale Fava

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