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Palermo, gli asportano un polmone sano per errore: a giudizio due dottoresse dell’Ismett

Nel 2016, dopo una diagnosi di adenocarcinoma, a Enzo La Fata, dipendente della Regione, fu asportato un polmone che poi risultò sano. Adesso le due anatomopatologhe di Ismett, Rosa Liotta e Gaia Chiarello, che scrissero il referto della biopsia con l’esito terribile di cancro sono state citate in giudizio dal pm Renza Cescon che ha condotto le indagini avviate dopo la denuncia dell’interessato. I due medici sono accusati di lesioni personali in concorso tra loro. “Finalmente la verità sta venendo a galla”, si limita a dire Enzo La Fata, che da anni vive senza un polmone. In corso c’è anche una causa civile per il risarcimento del danno. Anche l’assessorato allora guidato da Baldo Gucciardi aveva inviato gli ispettori nel centro d’eccellenza per i trapianti, ma i risultati non sono mai stati resi noti.

Nel settembre del 2014 Vincenzo La Fata, fumatore accanito e reduce da un tumore alla prostata, si sottopone a una Tac di controllo che evidenzia una lesione al polmone destro, probabile esito di una tubercolosi che il paziente ha contratto da bambino. Il medico curante gli consiglia un controllo con i medici dell’smett, che a loro volta gli consigliano una Pet (un esame specifico per individuare eventuali cellule tumorali). Anche in questo caso l’esito è rassicurante.

I camici bianchi, però, non sono convinti e a dicembre fissano una broncoscopia: l’esito è di nuovo negativo. Ad aprile del 2015 il paziente si sottopone a un’altra Tac e a settembre ripete la Pet. L’esito è lo stesso. Eppure a novembre i medici di Ismett decidono di eseguire una biopsia per capire la natura della lesione. Ed ecco che, per la prima volta, compare la diagnosi di “adenocarcinoma polmonare”. Il chirurgo, in base al referto istologico, decide di intervenire e il primo dicembre La Fata viene sottoposto a un intervento di “resezione del lobo polmonare superiore destro”. Gli viene asportata una porzione di organo poi inviata ai laboratori per l’esame istologico. Un mese e mezzo dopo la “sorpresa”, messa nero su bianco nel referto: non c’è nessun tumore. E anche l’esito della biopsia giudicata “positiva” viene ribaltato.

Inizia un nuovo calvario: l’Ismett invia i vetrini all’ospedale “gemello” di Pittsburgh, in America. Anche La Fata fa le sue indagini rivolgendosi all’Istituto europeo oncologico di Milano. In entrambi i casi arriva la conferma che quel nodulo sospetto era solo l’esito di una tubercolosi infantile o di un enfisema polmonare.

Una ipotesi suffragata dai due consulenti di parte interpellati della famiglia La Fata difesa dall’avvocato milanese Paolo Di Fresco. In base alla lettura della cartella clinica il medico legale Nunzia Albano conclude senza mezzi termini: “Per errori medici e chirurgici il paziente è stato inutilmente sottoposto a molteplici approfondimenti diagnostici e terapie chirurgiche inutili e dannose”. Lo conferma l’altro consulente,
lo pneumologo dell’ospedale Cervello Giuseppe Arcoleo, che parla di “errori diagnostico-terapeutici poi rivelatisi esorbitanti”.

Nell’atto di citazione, il pm Cescon scrive che “diagnosticando erroneamente, per imprudenza ed imperizia, un’adenocarcinoma polmonare” inducevano il chirurgo Bertani a eseguire l’asportazione del polmone “intervento non necessario nè adeguato” e cagionavano a la Fata “lesioni gravi”.

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