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Milano, rider infortunato ma l’Inail non paga. E parte la prima causa legale

Pedalava veloce, probabilmente zigzagando tra le auto e bruciando qualche semaforo, per non parlare delle precedenza. I rider fanno così, per limare i tempi, magari a costo di qualche rischio. Ma quella sera di febbraio dell’anno scorso per il fattorino a due ruote «over 50» il destino era fermo, in attesa. Un’auto parcheggiata dalla quale, all’improvviso si è spalancata la portiera che lo ha colpito in pieno, facendolo ruzzolare a lungo sul selciato. Poteva finire molto male, perché la caduta è stata rovinosa. Ma in ogni caso, tra spalla, polso e rachide cervicale, per il non più giovanissimo rider di Foodora la prima prognosi di dieci giorni è stata quasi subito allungata a un mese.

Un infortunio sul lavoro, dunque. E in effetti per quei trenta giorni complessivi di prognosi, arriva il riconoscimento dell’Inail. Ma la botta non è ancora assorbita. L’uomo non è in grado di tornare in sella e tornare a pedalare per fare le sue consegne a tutta velocità. I medici che lo hanno in cura gli prescrivono almeno altri venti giorni di riposo. Insomma, non può lavorare e la ragione è la stessa: quell’incidente. E qui cominciano i guai, perché l’Inail respinge la sua domanda di proroga del periodo di infortunio. È in quel momento che il lavoratore decide di rivolgersi agli sportelli del patronato Inca Cgil. Perché nonostante tutto, lui non riesce a lavorare, non può inforcare la bicicletta. E il suo «avversario» non è l’azienda ma l’Inail.

In effetti, dalla perizia medica a cura del sindacato, emerge che la prognosi avrebbe dovuto essere sin dall’inizio più lunga, anche perché un’ecografia mostra un probabile danno permanente (del 6 per cento) alla spalla che si era schiantata per strada. Eppure anche il ricorso prodotto dall’Inca, che contiene queste nuove perizie mediche, viene respinto dall’Inail. Ma né il lavoratore né il patronato si arrendono.

E adesso si preparano a fare causa — la prima da parte di un rider — per il riconoscimento dell’infortunio. «La percentuale di successo dei nostri ricorsi è elevatissima — premette Laura Chiappani, che segue la pratica — anche perché l’Inail non sempre agisce come istituto a tutela dei lavoratori e finisce per comportarsi come un’assicurazione, dimostrandosi più rigida dei tribunali». E per quanto riguarda i rider, «il problema è che quelli con un contratto si affidano agli automatismi, mentre gli altri pensano già in partenza di non aver alcun diritto e allora nemmeno si rivolgono a noi».

di Giampiero Rossi
corriere.it