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L’operaia si tolse la vita per lo stress in azienda Rendita Inail agli eredi

Aveva messo fine ai suoi giorni il 24 ottobre 2006, vittima dello stress lavorativo, lasciandosi cadere nel vuoto per dieci metri dal tetto della Monico, azienda farmaceutica di Campalto. «Di quello che è successo alla fine sarà colpa mia. Voglio andare via dalla Monico a testa alta, come ho sempre sperato», aveva scritto nel biglietto d’addio trovato nell’armadietto personale, chiedendo ad amici e colleghi di stare vicini alla sua famiglia. Da allora sono trascorsi 12 anni, durante i quali Sergio Polesel, marito dell’operaia 52enne Sandra Bottacin, affiancato dall’avvocato Saveria Aversa, ha combattuto nelle aule dei tribunali del lavoro contro l’Inail per ottenere la liquidazione della rendita ai superstiti. Ha avuto ragione in primo grado – era il 2013 – e pure in secondo grado.

La sentenza della sezione lavoro della Corte d’Appello di Venezia che ha rigettato il ricorso presentato dall’Inail è stata pubblicata nei giorni scorsi e ha confermato la decisione del giudice di primo grado, ovvero che il consorte della donna suicida ha diritto a percepire la rendita, calcolata sulla base del Cud del 2006, al pari degli eredi di lavoratori morti per malattie professionali. Per arrivare alla decisione, i giudici della Corte hanno nominato il dottor Carlo Schenardi quale consulente tecnico d’ufficio che ha effettuato una perizia. «Si ritiene che, con il grado della elevata probabilità (del più probabile che non) Bottacin Sandra si sia suicidata per motivazioni riconducibili ad uno stress ambientale lavorativo, così come emerso dalla lettura delle testimonianze e dei riscontri documentali», scrive il consulente nelle conclusioni. Lo stesso ispettore dell’Inail responsabile della pratica amministrativa sul caso aveva evidenziato l’emersione di «diversi elementi che conducono a forme di abuso psicologico sul luogo di lavoro».

Tra gli altri motivi sollevati dall’Inail nel ricorso alla Corte d’Appello, il supposto errore del giudice «nel ritenere provato che la depressione da cui era derivato il suicidio fosse stata provocata dal lavoro, non essendo stato provato il mobbing ma piuttosto una situazione ambientale che riguardava tutti i lavoratori», sostenendo che «Non vi era la certezza che il lavoro avesse provocato nella Bottacin, già depressa forse anche per la patologia tumorale pregressa e per i farmaci che assumeva, la decisione di suicidarsi». Ma la Corte ha ritenuto che l’appello sia infondato e quindi non debba essere accolto, confermando la sentenza di primo grado impugnata e condannando l’Inail al pagamento delle spese legali di Polesel e del costo della consulenza tecnica.
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