Federazione Sindacati Indipendenti

Dirigente sindacale: anche per trasferirlo di pochi metri è necessario il nulla osta del sindacato Tribunale, Busto Arsizio, sez. lavoro, sentenza 25/01/2016

TRIBUNALE ORDINARIO DI BUSTO ARSIZIO
SEZIONE LAVORO

Sentenza 25 gennaio 2016

Il Tribunale, nella persona del giudice designato dott.ssa Franca Molinari, all’udienza del 25/01/2016 ha pronunciato la seguente

SENTENZA CON MOTIVAZIONE CONTESTUALE

nella causa lavoro di I grado iscritta al N. 1389/2015 R.G. promossa da:

C.I.S.L. F.P. DEI LAGHI, rappresentato e difeso dagli Avv.ti CLAUDIO CASIRAGHI e SARA TURUANI PORRETTI

RICORRENTE

contro:

COMUNE DI GALLARATE , in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentato e difeso dall’Avv. MARIA

ANTONIETTA CARRA

CONCLUSIONI: come in atti

MOTIVI DELLA DECISIONE

RESISTENTE

Con ricorso il Sindacato CISL FP dei Laghi proponeva opposizione avverso il decreto del Tribunale di Busto Arsizio del pronunciato ai sensi dell’art. 28 della legge n. 300 del 1970 con il quale era stata respinta la richiesta di accertamento dell’antisindacalità della condotta del Comune di Gallarate che, senza il nulla osta del Sindacato, aveva trasferito la dirigente sindacale signora xxxxx.

Si costituiva l’amministrazione convenuta chiedendo il rigetto dell’opposizione.

Con provvedimento n. prot. 21081 del 22 aprile 2015 (doc. 1 del fascicolo di parte ricorrente di primo grado) a firma del Dirigente xxxxx è stato disposto il trasferimento a far tempo dal 1 maggio 2015 della Signora xxxxx dalla sede di assegnazione presso la Biblioteca Civica sita in Piazza San Lorenzo 5 a Gallarate alla nuova sede presso il Servizio Demografico sita in Largo Camussi 5 sempre a Gallarate. Ritiene il Sindacato ricorrente che ciò costituisca comportamento antisindacale dal momento che la signora xxxxx è dirigente sindacale e il Comune non ha chiesto al sindacato di appartenenza il nulla osta preventivo ai sensi del combinato disposto degli artt. 22 L. 300 del 1970 e dell’art. 18, commi 4 e 5 del CCNQ del 7 agosto 1998.

Sulla qualifica di dirigente sindacale ricoperta dalla signora xxxxx nulla quaestio. L’amministrazione convenuta avrebbe potuto essere a conoscenza della carica della lavoratrice in epoca anteriore al provvedimento impugnato avendo con la medesima intrattenuto un colloquio in data 22.4.2015; in ogni caso a seguito della comunicazione del sindacato del 28.4.2015 la convenuta avrebbe potuto revocare il provvedimento, ha, invece, ritenuto di replicare al sindacato confermando la correttezza del proprio operato (doc.7 conv.).

Mentre il Giudice di prime cure ha ritenuto di dover respingere il ricorso, ritiene la scrivente che le ragioni del sindacato opponente siano fondate.

La nozione di unità produttiva accolta dall’art.22 S.L., nonchè di quella, naturalmente connessa, di trasferimento, è ancor oggi controversa.
L’art. 22 L.300/70 prevede: “Il trasferimento dall’unità produttiva dei dirigenti delle rappresentanze sindacali aziendali di cui al precedente articolo 19, dei candidati e dei membri di commissione interna può essere disposto solo previo nulla osta delle associazioni sindacali di appartenenza. Le disposizioni di cui al comma precedente ed ai commi quattro, quinto, sesto e settimo dell’articolo 18 si applicano sino alla fine del terzo mese successivo a quello in cui è stata eletta la commissione interna per i candidati nelle elezioni della commissione stessa e sino alla fine dell’anno successivo a quello in cui è cessato l’incarico per tutti gli altri”.

La Corte di Cassazione, con sentenza n.1064 del 21.2.1986 ha affermato che “la disposizione dettata dall’art. 22 dello Statuto dei lavoratori –
secondo cui il trasferimento dei dirigenti sindacali da un’unità produttiva ad sindacato di appartenenza il trasferimento del dirigente sindacale “in un’altra richiede il nullaosta dell’organizzazione sindacale d’appartenenza – si riferisce non a qualsiasi spostamento del lavoratore nell’ambito dell’unità produttiva, ma unicamente al trasferimento da un’unità produttiva ad un’altra, intendendosi per quest’ultima – alla stregua della previsione contenuta nell’art. 35 dello Statuto dei lavoratori quell’entità aziendale (sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto dell’impresa) che, anche se articolata in organismi minori, si caratterizzi per sostanziali condizioni imprenditoriali d’indipendenza tecnica ed amministrativa, tali che in esse si svolga e si concluda il ciclo relativo ad una frazione o ad un momento essenziale dell’attività produttiva aziendale…”. La giurisprudenza ha anche affermato che “l’ambito della nozione di unità produttiva … può legittimamente essere determinato dalla contrattazione collettiva” (Corte di Cassazione, sentenza n.3889 del 08-09-1989).

Per il settore pubblico, la nozione di unità produttiva e l’ambito di applicazione dell’art.22 della L.300/1970 sono stati chiariti dall’art. 18, comma 4 del CCNQ del 7.8.1998 (modalità di utilizzo dei distacchi, aspettative e permessi nonché delle altre prerogative sindacali), che prevede “Il trasferimento in un’unità operativa ubicata in sede diversa da quella di assegnazione dei dirigenti sindacali indicati nell’art. 10, può essere predisposto solo previo nulla osta delle rispettive organizzazioni sindacali di appartenenza e della RSU ove il dirigente ne sia componente”.

L’art. 18, comma 4, dell’accordo quadro sulle prerogative sindacali, stipulato il 7 agosto 1998, nel condizionare al previo nulla osta del egli è espressione o a rendere più difficile l’esercizio delle prerogative un’unità operativa ubicata in sede diversa da quella di assegnazione”, rimane nel solco dell’art. 22 della legge n. 300 del 1970, che pure condiziona al nulla osta il trasferimento dalla “unità produttiva”, ma aggiunge il requisito del trasferimento di “sede”.

La nozione di “sede” è più ampia di quella di “unità produttiva” . Di conseguenza per l’accordo quadro non occorre nulla osta al trasferimento fra unità operative entro la medesima sede, ma solo per quello che comporta il passaggio in una sede diversa.

Non v’è dubbio che il Servizio “Demografici” costituisca un’articolazione autonoma del Comune, connotato da una propria autonomia organizzativa tecnica ed amministrativa secondo quanto richiesto dalla giurisprudenza e possa dunque essere inteso come una
“unità operativa diversa”, ma, a parere della scrivente, anche la sede, benchè ubicata nello stesso comune e a distanza esigua, deve essere ritenuta diversa.

Ritiene la scrivente, diversamente da quanto sostenuto dal giudice della precedente fase, di dover aderire all’orientamento della giurisprudenza di merito che valorizza la ratio della disposizione e della sua finalità di tutela dell’azione sindacale nei luoghi di lavoro. In tal senso va ricompreso nell’ambito precettivo della disposizione qualsivoglia apprezzabile modifica delle coordinate spaziali della prestazione idonea a recidere il legame esistente fra il dirigente sindacale e il gruppo di cui ruolo svolto dalla Organizzazione ricorrente nell’ambito attribuitegli, anche a prescindere dall’attitudine del provvedimento a determinare l’abbandono della sede o del reparto autonomo di appartenenza, considerati ex art.13 S.L.

Già in passato la giurisprudenza aveva elaborato una nozione di “unità produttiva” che fosse idonea a garantire tutela effettiva della prerogative sindacali. “Nel concetto di trasferimento dall’unità produttiva di cui all’art. 22 dello statuto dei lavoratori deve essere compreso qualunque allontanamento del lavoratore dall’aggregazione elementare di cui egli fa parte nell’ambito della struttura produttiva e quindi anche quegli spostamenti che sono disposti all’interno dell’unità produttiva quale individuabile secondo l’art. 35 dello statuto o della eventualmente più ampia unità produttiva presa in considerazione dalle organizzazioni sindacali ai fini della costituzione della rsa; pertanto deve ritenersi che qualunque spostamento di posto (anche da settore a settore, da ufficio ad ufficio, da reparto a reparto ma anche da uno ad un altro nucleo dello stesso settore, ufficio o reparto) del dirigente della rsa necessiti del preventivo nulla osta sindacale di cui all’art. 22 dello statuto dei lavoratori” (Pret. Treviso, 05/11/1982, Pret. Roma 30.12.1985, Trib. Milano 15.4.1986).

Analogo ragionamento può essere fatto nella fattispecie in esame anche con riferimento alla nozione di “sede”. Il trasferimento in questione, benchè implicante uno spostamento in un ufficio distante solo 100 metri è tuttavia idoneo ad allontanare la dirigente sindacale dal luogo ove esercitava attivamente l’attività sindacale in tal modo indebolendo il accertare è l’obiettiva idoneità della condotta denunciata a produrre l’effetto che la dell’amministrazione comunale. In altre parole, la variazione in oggetto appare significativa non solo dal punto di vista lavorativo strettamente individuale, ma soprattutto (ed è ciò che conta in questa sede) appare idonea ad avere ripercussioni sul piano delle prerogative della collettività dei lavoratori iscritti al sindacato, che non possono continuano a fruire dell’apporto del proprio dirigente nel medesimo ambito lavorativo.

Il provvedimento in questione si connota dunque come trasferimento vero e proprio e, in quanto tale, necessitava del previo nulla osta del sindacato di appartenenza della dirigente sindacale.

Per quanto riguarda l’elemento soggettivo del comportamento del datore di lavoro si rammenta come la giurisprudenza di legittimità sia consolidata nel ritenere che “Per ritenersi integrati gli estremi della condotta antisindacale di cui all’art. 28 dello Statuto dei lavoratori, è sufficiente che il comportamento del datore di lavoro leda oggettivamente gli interessi collettivi di cui sono portatrici le organizzazioni sindacali, non essendo necessario (ma neppure sufficiente) uno specifico intento lesivo da parte del datore di lavoro, nè nel caso di condotte tipizzate perché consistenti nell’illegittimo diniego di prerogative sindacali (quali il diritto di assemblea, il diritto delle rappresentanze sindacali aziendali a locali idonei allo svolgimento delle loro funzioni, il diritto ai permessi sindacali), nè nel caso di condotte non tipizzate ed in astratto lecite, ma in concreto oggettivamente idonee, nel risultato, a limitare la libertà sindacale, sicchè ciò che il giudice deve disposizione citata intende impedire, ossia la lesione della libertà sindacale e del diritto di sciopero” (fra le molte Cassazione, sezione Lavoro, sentenza 5 febbraio 2003, n. 1684).

Per quanto riguarda le conseguenze della declaratoria di antsindacalità, si evidenzia come l’art.22 S.L. è norma è formulata in maniera tale da far presupporre che la richiesta del nulla osta e l’ottenimento dello stesso siano adempimenti essenziali alla formazione della fattispecie.

Posto che il giudice che accerti il carattere antisindacale di una condotta debba condannare il datore di lavoro a rimuovere gli effetti della condotta medesima, nella fattispecie in esame la rimozione degli effetti non può che coincidere con la rimozione dell’atto stesso nel quale si sia estrinsecata la condotta e, dunque, nel caso in esame nell’annullamento del trasferimento del lavoratore.

La complessità della vicenda in esame e la sussistenza di diversi orientamenti giurisprudenziali giustificano la compensazione delle spese di lite fra le parti.

P.Q.M.

In riforma del decreto ex art.28 emesso dal Giudice del lavoro del Tribunale di Busto Arsizio in data 24.9.2015, accerta e dichiara l’antisindacalità del comportamento dell’amministrazione convenuta consistito nel trasferimento della dirigente sindacale xxxxx senza il previo nulla osta del sindacato di appartenenza;

conseguentemente ordina la cessazione della condotta antisindacale e annulla il trasferimento della signora xxxxx.

Spese di lite compensate.

Così deciso in data 25/01/2016.

Il Giudice del lavoro
dott.ssa Franca Molinari